“Questa storia di un Uomo e di sua Moglie appartiene a ogni luogo e a nessun luogo... un canto di due esseri umani; lo potete udire ovunque, in ogni tempo. Perché ovunque sorga e tramonti il sole, nella confusione della città o sotto il cielo aperto della fattoria, la vita è quasi sempre la stessa, a volte amara, a volte dolce” - Friedrich W. Murnau.
La stupefacente forza poetica e visiva di Sunrise (1927) il primo film hollywoodiano di Murnau, è annunciata già dal prologo e anticipa la tematica di un film culto che coniuga il cinema delle avanguardie europee con la Hollywood delle origini.
Sommo interprete dell’espressionismo tedesco con capolavori come Nosferatu (1922), L'ultima risata (1924) e Faust (1926), Murnau arrivò a Hollywood nel 1927, dove William Fox gli offrì carta bianca, sia dal punto di vista economico che artistico, per creare un capolavoro cinematografico. Lavorando a stretto contatto con i maestri della fotografia Charles Rosher e Karl Struss, Murnau contribuì con questo film a ridefinire i limiti del linguaggio cinematografico, raggiungendo un livello di narrazione visiva che rendeva superflui i dialoghi per comunicare i temi eterni della colpa, del perdono, della rinascita.
Il film, tratto dal racconto Die Reise nach Tilsit (1917) di Hermann Sudermann e fresco di restauro in 4K (2026) realizzato da San Francisco Film Preserve, racconta la storia di un triangolo amoroso: una seducente donna di città ammalia un semplice contadino, il quale per poter vivere l’ardente passione tenta di liberarsi della moglie annegandola, ma all’ultimo momento ci ripensa e torna sulla retta via.
La protagonista principale di Sunrise però è la metropoli, in relazione a temi e motivi nuovi che il cinema mutua dalla letteratura coeva, incentrata sul mito negativo/positivo della grande città bulimica: l’ambientazione metropolitana col suo nuovo repertorio iconografico diventa di per sé produttiva di dinamiche narrative.
La pellicola, che si inserisce a pieno titolo nel filone americano degli anni 20 definito city films, trasferisce nella settima arte il dibattito sociologico coevo permeato da un’ideologia essenzialmente anti-urbana, dove la metropoli è vista come luogo disgregante e spaesante, come accade al protagonista di Sunrise che si invaghisce della vamp, la sirena fasciata di seta nera incarnazione della modernità inurbata.
Murnau è abile nel comporre un intero mondo ricostruendolo in studio, con la magnificente scenografia di Rochus Gliese; mette in scena una metropoli mitica e fantastica, insieme astratta e riconoscibile, una grande città interamente realizzata negli studi Fox vicino a Beverly Hills con tanto di tramvie, rotaie sopraelevate, luna-park avveniristici capaci di creare un’atmosfera ammaliante, in netto contrasto con le immagini bucoliche e statiche della tranquilla vita di campagna.
Il regista di Nosferatu, utilizzando fantasmagorie del cinematografo, attraverso una brillante sintesi tra lavoro in studio e rappresentazione della natura, con una tecnica raffinata fatta di fluide carrellate, sovrapposizioni e l'uso simbolico della luce virata del più puro espressionismo, affresca la sinfonia dell’amore tra due esseri umani che metaforicamente superano il buio della notte e si ritrovano al riparo delle insidie della città e degli esseri sovrannaturali che la abitano. In sovrimpressione scivola la campagna nella città, nei riflessi dell’acqua, fluidità che circonda la dimora dei due sposi, messi in pericolo dal richiamo di una modernità seduttrice che corrompe.
Il film rivelazione di un'epoca che ne introduce un’altra, fu acclamato dalla critica, ma non fu un successo di botteghino, perché coevo a Il cantante di jazz (1927), primo film sonoro che segnò uno spartiacque nella storia del cinema e decretò il lento e inesorabile oblio dei silent films. L'anteprima si svolse il 23 settembre del 1927 al Times Square Theatre di New York, e vinse tre Oscar: qualità artistica, miglior attrice (Janet Gaynor), e migliore fotografia (Charles Rosher e Karl Struss).