Se dovessimo tracciare una linea immaginaria che ripercorre la carriera cinematografica di Bonifacio Angius oggi questa sarebbe una linea che disegna un cerchio perfetto. Angius chiude il ciclo della sua “prima” quadrilogia, mantenendo un ritmo incredibilmente costante (un film circa ogni quattro anni) per un regista che come lui si muove nel roveto della produzione indipendente, con un film come Confiteor, titolo in latino (che sa tanto di Vangelo) e ritorno al bianco e nero.
E in effetti il regista sassarese riappare per evangelizzarci nell’ambito di quella che è la sua “confessione”, nel doppio senso del suo religioso e viscerale culto del cinema come unico Dio, ma anche in quello di intima ammissione degli errori di una vita. “Ci vuole sempre amore per raccontare una storia. E per raccontarla ancora meglio lo devi aver perduto, l’amore, intendo”. L’amore perduto da Angius è quello di una donna (nel film Miao Miao) che lo ha spinto sul baratro, ma non quello per un mestiere che è sempre più difficile esercitare in modo remunerativo in un Paese che ha quasi completamente dimenticato la sua vocazione culturale.
Bonifacio scrive un film che è fellinianamente il racconto del suo stesso farsi, confrontandosi con il genere visionario e onirico del “film nel film”, con un continuo gioco degli specchi in cui la sua immagine di uomo si riflette in quella del regista, quella del regista si riconosce nelle sembianze di suo figlio (“la cosa più bella che ho fatto nella mia vita”), che in Confiteor - Come scoprii che non avrei fatto la Rivoluzione recita la parte di Bonifacio da bambino: “padre fa figlio e figlio fa padre” e con questo film sono tutti sul set.
Ma mentre Fellini usava il cinema per sognare e per portare sul grande schermo la realtà fantastica dei sogni, Angius usa il cinema per rendere tollerabile la realtà, per dare voce e dignità narrativa a tutto ciò che nella vita quotidiana viene declassato come fallimento, ritenuto sconveniente inopportuno indecoroso… come la verità.
Angius esprime candidamente sé stesso (strappandoci anche numerosi sorrisi amari) dicendo “Io sono un uomo alla deriva e sto facendo questo film per risollevarmi moralmente”. Così getta sul piatto, senza falsi pudori, “le sue storie di amore andate a male, le donne gli amori, la psichiatria, le droghe le dipendenze, la svalutazione, la crisi dell’autostima, la rabbia, il dolore insopportabile creato dal fatto di amare chi vuole la tua distruzione”. Cos’altro se non un atto di fede (nella vita e nel cinema) può riempire di tanto coraggio il cuore di un regista?
Dopo aver raccontato le storie di altri fragili, inetti a vivere, autolesionisti disperati drogati fuggitivi, Angius passa al racconto autobiografico, mettendosi sullo stesso piano dei suoi attori, o forse sarebbe meglio dire sulla stessa barca, quella stessa che campeggia anche in una scena del film e che lui vorrebbe scenograficamente trasformare in una astronave, forse per fuggire dal suo stesso sogno lucido. A meno che il regista anarchico/individualista non stia per entrare in una nuova fase ideologica che dalla crisi spirituale lo conduca ad una qualche conversione religiosa: la barca come unica forma di salvezza per scorrere sul fiume della vita è pur sempre una metafora cattolica.
Confiteor è un film di parola che usa la traccia delle confessioni di un regista per celebrare il suo infinito amore (e conoscenza) del mezzo cinematografico, per questo si sviluppa scena dopo scena toccando contemporaneamente più registri di genere (dal comico al family drama sfiorando persino qualche respiro western), passando narrativamente dal colore del presente al bianco e nero della rievocazione, usando la colonna sonora come primo attore protagonista della narrazione, elemento che guida lo spettatore, crea atmosfera, esprime emozioni e definisce l'identità profonda del film.
Lo stridere dei freni sull’asfalto nel momento dell’incidente, il vagito di suo figlio, il sibilo del vento (categoria felliniana per antonomasia), la musica da “comiche mute” che accompagna momenti più leggeri. Confiteor è la confessione di un uomo che, contro tutto e tutti, ammette un peccato inammissibile in un mondo sempre più edonista e consumistico: quello di non essere felice e di voler cambiare vita. “Una volta in una chiesa ho sentito una donna che pregava diceva Ti prego fammi cambiar vita, quella era la stessa preghiera che avrei voluto fare anche io”. Gli spettatori (fedelissimi quelli di Angius e raggruppati in schiere di fan di nicchia) ringraziano il loro profeta per averli nutriti di un’altra indicibile , quanto preziosa verità:
“Vivere non è solo svegliarsi al mattino, vivere è difficile sennò perché dovrei raccontare una storia, su che cosa?”.