Anatomia mentale della caduta e della sua paura, tra le Alpi svizzere, nell’assetto metafisico di architetture linde e anonime, concentrazione di sinuosi rimossi e solitudini invalicabili, in un raduno di individui al limitare tra caos della vita e incombenze della morte, dove il cinema ha sovente edificato, con variazioni tonali, i crocevia di coralità sconfitte, da Roman Polanski a Paolo Sorrentino.

Con Elisa Leonardo Di Costanzo ritorna nei luoghi carcerari dell’emarginazione, dopo il notevole Ariaferma (2021), senza concessioni pietistiche, in un dittico speculare e contrario, dove alla precedente e anomala civitas tra guardie e detenuti in una prigione ottocentesca da sgomberare subentra una chirurgica e riguardevole identificazione di una donna e del suo crimine, solista di un dramma dove la comunità degli affetti e delle figure cliniche fatica ad allineare le tessere di un orrore già processato, cristallizzato nelle perizie al di qua del mistero, depotenziando la polifonia di voci.

Ispirato al saggio Io volevo ucciderla di Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali: fatti di gente perbene in una borghesia appannata, a cui appartiene Elisa Zanetti (Barbara Ronchi), figlia venticinquenne indesiderata, in salute, affamata di approvazione in una famiglia angustiata da rovesci finanziari. Dieci anni dopo incontra il professor Alaoui (Roschdy Zem) in un penitenziario elvetico, in cui Elisa sta scontando una condanna per l’omicidio della sorella e per quello tentato della madre; nelle sedute col criminologo tenta di squarciare il velo dell’amnesia (forse conscia) che annebbia da allora quella dissoluzione nell’inspiegabile, per una ripartenza nel solco della memoria, che è cognizione di sé, controllo dell’innata violenza.

Non ritratto psicologico di inconciliabile scavo empatico, ma racconto classicamente teso sulle strade sconnesse del male assoluto (qui radicato in un’agevole normalità e altrove nell’assodata banalità), Elisa esordisce nella compattezza dialettica del film-saggio, con un didascalico prologo durante una conferenza, e fluisce nell’introspezione di un rispecchiamento etico di interrogativi, antitesi, risposte aperte, in un impianto argomentativo sperimentato con L’intrusa (2017), per cui l’approccio di Di Costanzo è stato accostato a quello di Rossellini. Con il lume dell’assioma, per alcuni indigesto, che la disamina della malvagità permetta sia al responsabile che alla vittima e ai sopravvissuti di non restare inchiodati in quella fatale violenza. Ma senza apertura ad assoluzioni, né ad attenuanti.

Un trattato d’anima sommessamente politico, di presa di pensiero e ricerca umanitaria, non binaria, che, contro la neutralità scenica e l’astrattezza di scrittura di allegorici comprimari (l’accademico illuminato, lo psichiatra inflessibile, la madre anaffettiva), senza smarrimento inabissa il suo sguardo, riaffiora, esamina e, grazie all’arte dialogica, approda, in onestà intellettuale, a una possibile, sfumata verità, inclusiva del controcanto di un’altra barricata: la madre (Valeria Golino) di un innocente ucciso da una gang, che con una forza emotiva inattaccabile rivendica il diritto all’odio, al rancore.

Di Costanzo, distante dalle tramontate attrattive del mind game movie e di un cinema cerebrale dettato dalla frantumazione testuale dell’amnesia, districa un andirivieni temporale tra presente e flashback di ricostruzione mnesica nelle modulazioni terse della trasparenza di regia, in un percorso mai ondivago, più arioso delle opere precedenti, sempre affrancato da stilemi, ancorato al mondo invisibile della protagonista decentrata nell’inquadratura, a cui nel finale si concede una liberatoria certezza: un piano d’insieme con l’altro, nel prodigio dello scambio della parola scritta.

In discese scoscese, come quelle che Elisa percorre nell’avanguardistico e verdeggiante istituto riabilitativo, Barbara Ronchi iscrive nella fisicità drammatica la chiaroscurale geografia degli spazi, tra ombre interne e biancore en plein air; un io accartocciato, smussato e dolente, ma anche una superstite di algida resilienza, che l’attrice scolpisce nelle vibrazioni quietamente contratte di madreperlacei e imperscrutabili primi piani. Un corpo e un volto non tuttavia irrisolti, da cui la cinepresa indagatrice si sgancia nell’ultima inquadratura, lasciando incedere la sua protagonista, ora viandante indipendente, nel suggello di un’inedita, giusta emozione.