È difficile pensare ai film di Guillermo Del Toro e rintracciare nella sua poetica orientata al ribaltamento del mostruoso una maternità più consona di Mary Shelley e della sua opera principale. Fa strano addirittura constatare che questo sia effettivamente il primo esplicito adattamento di Frankenstein da parte del grande regista messicano. Perché il tema centrale del romanzo di Shelly è intrinseco, capillare, in ogni elemento della filmografia di Del Toro: la relativizzazione della malvagità, l’amore per il diverso e l’attenzione per un’umanità che rivela il suo volto più docile attraverso sembianze deformi.
Senza dimenticare che Frankenstein fino ad oggi non è stato accostabile solamente al nome di Mary Shelley, ma anche (e soprattutto, verrebbe da dire) a quello di James Whale e dei suoi adattamenti cinematografici degli anni Trenta, i quali, pur distaccandosi notevolmente dall’origine, rimangono capisaldi di un cinema di cui Del Toro si è sempre dichiarato figlio e devoto discepolo. E proprio perché in ogni film di Guillermo Del Toro è presente un po’ di Frankenstein è difficile rimanere entusiasti di fronte alla sua ultima fatica.
Un’operazione apparentemente perfetta per l’accostamento tra autore e opera, un esito positivo apparentemente scontato e forse sin troppo. Sembra quasi che per non tradire nessuno dei profondi legami genitoriali qui citati, la rivisitazione da parte del regista premio Oscar scelga una via intermedia, in grado di omaggiare entrambe le versioni e finendo purtroppo per non trovare una propria identità profonda.
Esteticamente curato, come ogni opera di questo autore eminentemente visivo, il nuovo Frankenstein lascia troppo spesso la sensazione di presentarsi come uno scrigno contenente un tesoro dal valore inferiore rispetto alle attese. Ma sta proprio qui l’interrogativo che ci si deve porre in quanto spettatori e soprattutto grandi estimatori di questo irrinunciabile romantico contemporaneo. Il tiepido sentimento che accompagna la visione, in quale parte è riferibile all’impossibilità di riprodurre ancora una volta un senso di stupore già ampiamente esplorato in precedenza?
Se Frankenstein è presente da sempre nel cinema di Del Toro, nella sensibilità oscura delle sue visioni, nei suoi mostri pervasi di sentimenti più limpidi rispetto a quelli delle persone comuni, forse l’originalità non rappresenta il giusto parametro attraverso cui valutare questo suo ultimo progetto. Analogamente al modo in cui l’accostamento di due poli magnetici positivi genera un fenomeno di repulsione, la sovrapposizione di immaginari simili come quello di Guillermo del Toro e quello derivante da Mary Shelley finisce per generare una sorta di annullamento: non un risultato irrimediabilmente negativo, ma nemmeno in grado di infondere energia, calore ed emozione.
Sentimenti, questi, che siamo abituati a riscontrare in dose massiccia ogni volta che ci inoltriamo nei mondi immaginifici architettati da questo autore, che ama i mostri e attraverso essi ha saputo raccontare come pochi altri che cosa significhi essere umani.