Già dalla prima sequenza, in cui uno schifato cardinale Richelieu applaude il re di Francia conciato da Venere di Botticelli durante un orgiastico spettacolo queer a corte, si capisce che I diavoli è un film pesantemente sopra le righe. Adattato dal romanzo storico di Huxley I diavoli di Loudun, lo scontro centrale della storia riguarda padre Grandier, il discutibile prete della cittadina protestante Loudun, che si oppone al progetto cattolico di demolire le mura della città, temendo che Richelieu voglia minare l’autonomia di Loudun. Un comitato di ecclesiastici e nemici del prete sfrutteranno quindi un episodio di isteria collettiva nel convento di clausura di Loudun per accusare Grandier di stregoneria e condannarlo al rogo.

Dopo oltre cinquant’anni dalla travagliata uscita, il capolavoro di Ken Russell rimane una pietra miliare del cinema europeo e una scossa emotiva non indifferente. La macrostoria non parla di religione né delle loro istituzioni, quanto di potere e di come si traduca in abuso (prima del nostrano Salò). La dimensione politica è predominante e Russell è un narratore ben più agguerrito di Huxley nel denunciare e ridicolizzare i potenti, su tutti l’infantile re di Francia e il cardinale Richelieu, costantemente scarrozzato dai suoi lecchini su improbabili trabiccoli (forse una citazione all’impotenza mentale/fisica del marito di Lady Chatterley nel romanzo di D.H. Lawrence?).

Si sprecano poi le scene di massa, con decine di comparse e costumi a ingolfare l’inquadratura in ogni sequenza. Viene ripresa l’idea di Huxley sulla folla come entità slegata dai singoli componenti, che vi si rifugiano per “auto-trascendere”, e difatti la folla ne I diavoli è pecora demente e impersonale, sempre dalla parte dei potenti di turno. La microstoria del film parla invece di repressione sessuale, dettagliando spietatamente la distanza fra chi può godere e ne abusa fino all’annullamento del sé (padre Grandier) e chi vorrebbe ma è obbligata fra le mura di un convento e dunque si frustra (suor Jeanne degli Angeli e le sue orsoline). La frustrazione della donna per l’impossibilità di esaudire il suo desiderio sessuale verso il prete la conduce nella suggestione (sapientemente alimentata) della possessione demoniaca, e grazie a questa finzione può finalmente sfogare pubblicamente ogni sua fantasia repressa.

Bellissima a tal proposito la scena del sogno erotico di Jeanne, in cui vede Grandier camminare sulle acque con le stigmati e lei rendergli gli onori dovuti a Cristo, che rende rispettosamente il plausibile immaginario sessuale di una donna costantemente circondata di narrazioni bibliche (passeranno cinquant’anni prima che Benedetta di Verhoeven riesca a replicarla). Quello de I diavoli è un mondo di orgiastica violenza, cinismo e sopruso, in cui palesemente a nessuno frega niente di Dio, almeno fino quando Grantier non si sposa.

In questo atto eretico, e nell’unione fisica con sua moglie, il prete abbandona la dissolutezza e ricerca la stessa purezza di quell’unione nel rapporto col creato. Qui, di nuovo Russell si rivolge a Lawrence, di cui aveva già adattato Donne innamorate e successivamente dirigerà la trasposizione de L’arcobaleno (in cui è contenuto il concetto di comunione con Dio attraverso l’unione sessuale). Ancora oggi I diavoli rimane una mazzata emotiva, soprattutto per il montaggio sorprendente e il ritmo serratissimo, oltre che ovviamente per le situazioni mostrate. L’impatto visivo dei momenti più sessualmente espliciti oramai non è più così impattante, ma ai tempi costò al film diverse censure e rimproveri  ecclesiastici.

Bistrattato per decenni dalla stessa istituzione che aveva messo la Bibbia all’indice dei libri proibiti, I diavoli rimane un’opera colta e complessa, un capolavoro di una bellezza non indolore.