Kon Ichikawa è conosciuto in Europa principalmente per L’arpa birmana, Fuochi nella pianura o per il suo originale documentario sulle Olimpiadi di Tokyo; film che restituiscono il ritratto di un regista raffinatissimo, serio e impegnato, il cui immaginario ruota attorno all’orrore della guerra. In realtà la sua carriera nel cinema e soprattutto nella televisione giapponese l’ha portato a realizzare principalmente film per il grande pubblico, più che lavori prettamente autoriali. A metà strada si colloca Dieci donne nere (1961), una commedia satirica dalle tinte noir in un bianco e nero ad alto contrasto che gioca con gli stereotipi di genere della società giapponese mettendoli alla berlina fino a ribaltarli, senza però scardinarli davvero.
Come per la gran parte dei successi di Ichikawa, Natto Wada è autrice della sceneggiatura di Dieci donne nere, film che brilla nelle sottigliezze dei dialoghi, nelle insinuazioni e nei non detti. Il tutto ruota attorno a dieci donne che si scoprono tutte amanti dello stesso uomo: lo spavaldo produttore televisivo Matsuyoshi Kaze (Eiji Funakoshi). Rapite da una rabbia lucida, decidono di mettersi d’accordo, finanche con la moglie Futaba (Fujiko Yamamoto) , per punire l’uomo che le vede soltanto come numeri. Ironicamente, i nomi delle dieci donne fanno tutti riferimento a numeri da uno a dieci.
L’inizio del film è forse il momento più divertente: Futaba sta camminando in una strada buia, guardandosi intorno con circospezione, alle sue spalle una donna la sta seguendo. A poco a poco, una alla volta, altre donne sbucano da vicoli laterali o da anfratti delle pareti: quello che prima era un pedinamento a due diventa una lunga fila di donne, finché le stravaganti inseguitrici non circondano Futaba, assalendola. L’apparire dall’ombra è un tema ricorrente, così come quello dell’agire alle spalle dell’altro o il nascondergli qualcosa, come due persone chiuse in un armadio ad origliare. Le dieci donne, quasi tutte interpretate da grandi attrici giapponesi come Fujiko Yamamoto o Kyoko Kishida, fanno sorridere per l’assenza nei loro discorsi di un reale risentimento nei confronti dell’uomo. A differenza sua, sono tutte innamorate e discutono animatamente su chi se lo deve prendere, fino ad arrivare, almeno inizialmente, alla sana decisione di ucciderlo.
Dall’altro lato c’è la totale ingenuità di Matsuyoshi, che infatti non ha nemmeno la furbizia di cercarsi le amanti al di fuori della sua azienda. Il produttore è rappresentato come un corpo mosso da forze puramente pulsionali di fronte alle quali ogni donna minimamente interessata a lui diventa irresistibile, un corpo di creta facilmente malleabile dall’esterno. L’aura dell’uomo in carriera è facilmente prosciugata dalle intenzioni vendicative delle sue amanti delle quali diventa progressivamente un burattino senza riuscire mai a capirle. Fino all’ultimo Matsuyoshi brancola nel buio; spesso dice alla moglie di non capire il motivo del suo risentimento, come se il rispetto del rapporto coniugale e del sentimento della compagna fosse qualcosa di totalmente al di fuori della sua comprensione. Dunque il maschile nella sceneggiatura di Wada è un’entità con la quale una reale comunicazione è impossibile, nonostante le infinite aperture. Non resta altra soluzione che piegarne le volontà e assoggettarlo.
Proprio in quel periodo, all’inizio degli anni Sessanta, Ichikawa aveva iniziato a lavorare per la televisione, rendendosi conto di come quel microcosmo riflettesse i problemi della società giapponese in particolare rispetto al ruolo delle donne, tendenzialmente ridotte a ruoli di subordinazione o a quello di immagine. In una scena più seria delle altre, una delle dieci amanti impiegata nell’azienda va a colloquio con il direttore per chiedergli un cambio di mansione; lui non la prende mai sul serio e la tratta come se le sue parole non avessero significato. In questa breve scena, appartata in uno sgabuzzino, all’interno di un’azienda che sembra enorme, il reale fa breccia nella finzione, illumina per qualche istante il gioco di ombre delle protagoniste, rendendolo nient’altro che un gioco.
Nella relazione amorosa quel viscido rapporto di potere si ribalta e le donne si prendono una rivincita che, sfortunatamente, ha solo il sapore di una vittoria amara.