Brucia la casa dello spirito nel cuore dell'Africa colonizzata. Il battello della modernità, The African Queen, guidato da Humphrey Bogart, salva l'ultima vestale superstite, Katharine Hepburn, in questa landa selvaggia abbandonata dal divino, dove sguazzano i nazisti. Ma ancor meglio vi naviga John Huston, cantore della vanità umana, che qui può inscenare l’ennesimo delirio sovrumano proto-herzoghiano, lasciando che la tipica trama d’amore civilizzante post-Casablanca venga inghiottita dalle furiose rapide di un fiume.

Bogart, al quinto sodalizio col regista, incarna nuovamente il perfetto antieroe hustoniano: alcolizzato, sconfitto in partenza, ma tenacemente aggrappato a un istinto di sopravvivenza che lo spinge a resistere, fino allo strenuo delle forze. Qualcosa di inedito, però, irrompe nel racconto hustoniano grazie a questa devota animata da una rivendicata pulsione suicida. La Rose della Hepburn ha un’unica soluzione, da percorrere categoricamente, per salvare se stessa e il mondo civile: scagliare la African Queen, carica di esplosivo, contro la cannoniera nazista padrona del lago.

Vi è qualcosa di profondamente spirituale nell'amore per la bomba da parte della Hepburn, fluida career woman che negli anni Trenta fece saltare in aria le convenzioni sociali. Un'affinità elettiva lega questi due dispositivi esplosivi della modernità. Ma a differenza delle commedie di Cukor, dove il matrimonio segnava la condanna a morte dell’autonomia femminile, qui, come nelle commedie del ri-matrimonio, diventa invece il fondamento della democrazia. Sì, ma di quella hustoniana, dove a ciascuno è concessa l’ambizione, l’elevazione spirituale attraverso lo sforzo fisico.

La componente commedica, assente nella sceneggiatura di Agee ed espressamente voluta dalle due star, permette a Huston di deviare dal suo abituale fatalismo, abbandonandosi all’effimera illusione di una possibile comunione. Meta pericolosa, cui gli eroi hustoniani aspirano con diffidenza. Lo stesso Bogart vi oppone resistenza, avvezzo com’è alla solitudine del marinaio partigiano. Eppure, all’ora decisiva, sarà pronto a sacrificare non solo sé stesso, ma anche l’amata barca, sull'altare della causa amorosa.

Al solito per Huston, è il set a offrire le soluzioni più audaci per rinnovare la formula. L'impresa non è eroica, bensì registica: affrontare l’Africa nella sua fisica concretezza. Questa terra, spogliata di rituali (se non quelli importati dall’Occidente) e delle belve più cinematograficamente abusate (a parte i coccodrilli, abilmente evitati), rivela la sua ruvida materialità negli ostacoli che oppone: zanzare, sanguisughe, rapide, tempeste. Nulla di mitico in un luogo dove Dio è stato imposto con la forza, e neppure gli sforzi dei personaggi li innalzano a leggenda.

Perché, in fin dei conti, è il caso a decidere l’esito (tinto, come sempre in Huston, di humour nero), e perché il vero traguardo di questa coppia si compie non nel martirio resistenziale, ma nella prodigiosa banalità di una vita finalmente condivisa.