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L’uomo dai 7 capestri e il western revisionista di John Huston

John Huston, Paul Newman, John Milius: basterebbe citare questa triade per consegnare L’uomo dai 7 capestri alla storia del cinema. Mentre la Hollywood classica si incontra con quella nuova, la regia robusta e spettacolare di Huston ci regala un western mitologico e “di confine”, costantemente sospeso fra varie dimensioni: fra realtà storica e immaginazione, fra ironia e violenza, fra la nostalgia per il vecchio West e la modernità che avanza, con personaggi sopra le righe e scelte registiche d’avanguardia rispetto ai tempi.

L’avventurosa storia produttiva della Bibbia secondo John Huston

Offriamo ai lettori alcuni estratti di L’avventurosa storia del cinema italiano. Da La dolce vita C’era una volta il West. Volume terzo, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Edizioni Cineteca di Bologna, 2021. Oggi tocca all’esilarante racconto di Bruno Todini, produttore esecutivto del film di John Huston. “Quando ho fatto La Bibbia, per De Laurentiis, dopo otto mesi di lavoro ho dato le dimissioni, perché era diventata una gabbia di matti, tipico esempio della commistione dei difetti italiani e americani”. E gli aneddoti che seguono sono irresistibili. 

“Gli spostati” e l’America al crepuscolo

Tutto è indomito ne Gli spostati, tutto è fuori posto, come d’altra parte suggerisce il titolo originale, The Misfits, che allude proprio all’incapacità di adattamento ad un contesto, che in questo caso è sia quello sociale – l’America che sta perdendo la sua innocenza e si affacciava ad una nuova epoca – che iconografico – siamo al crepuscolo del mondo dei cowboy – che relazionale – la crisi del modello famigliare tradizionale è ormai esplosa. Tutto sfugge nel film, a cominciare dai titoli di apertura la cui grafica gioca su tessere di puzzle che non riescono a comporre un disegno d’insieme, passando per i protagonisti in perenne fuga da passato, presente e futuro, per arrivare alla stella della scena finale, da inseguire nella notte, forse senza sosta, per trovare un posto, una casa, un riparo dal dolore della vita.

“Moulin Rouge” al Cinema Ritrovato 2019

Nel film il dato fisico della statura del pittore si carica di una precisa valenza simbolica. Figlio del “matrimonio sbagliato” fra due cugini di primo grado, dopo una caduta in cui si frattura entrambi i femori si scopre affetto da malformazione congenita. La notizia causa il crudele abbandono da parte della sua compagna di giochi ed amore infantile, che gli dà dello “storpio” incorniciata come in un ritratto dalle spire di ferro di un paravento. L’artista del Moulin Rouge nasce assieme allo zoppo, sulle ceneri di un amore bruciato da due lati. La deformità è una categoria esistenziale (e com’è buffo che quello che guardiamo sia in realtà un attore perfettamente sano, il suo nanismo un’illusione d’artista).

“I gangsters” a Venezia Classici 2018

Dietro a I gangsters ci sono John Huston e Richard Brooks, sceneggiatori non accreditati assieme ad Anthony Veiller, unico riconosciuto. E se del primo, reduce dalla codificazione del genere de Il mistero del falco, non è difficile individuare il gusto dell’enigma dentro una struttura a flashback di inattaccabile coerenza, il contributo del secondo – regista tra i più eclettici e sottovalutati della Hollywood classica ed oltre – si rintraccia nel disegno di personaggi titanicamente sull’orlo del baratro. Burt Lancaster, qui all’ineccepibile debutto, deve a Brooks il suo unico, meritato Oscar (Il figlio di Giuda); Ava Gardner, indimenticabile femme fatale felina, bugiarda, doppiogiochista ed infine capace di terrificante cinismo infantile, è una figura in bilico tra le problematiche donne di Brooks e le rapaci creature di Huston.

Mary Astor e “Il Mistero del Falco”

Dal 1936 in poi chi guardava Mary Astor vedeva una bellezza altera e aristocratica che nascondeva in realtà una donna intelligente e spregiudicata. Un cortocircuito sinestetico che sicuramente John Huston aveva ben chiaro quando nel 1941, alle prese con la sua prima regia, le affidò – dopo il rifiuto di Geraldine Fitzgerald, impegnata in altra produzione – la parte di Brigid O’Shaughnessy ne Il mistero del Falco

Ma gli androidi sognano il noir?

Lo sappiamo: Blade Runner partiva da un romanzo di Philip K. Dick, edito in Italia come Il cacciatore di androidi nel 1971 e poi riproposto traducendo fedelmente il titolo originale, Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?. Da questo elemento editoriale tutto nostrano, possiamo curiosamente notare le due anime del testo: il poliziesco e l’esistenzialismo. Attraverso il capolavoro di Scott, le due componenti si definiscono ancora di più adottando i connotati dell’hard boiled ed esplorando la frontiera cyborg.

Cinema Ritrovato 2017: “Giungla d’asfalto”

Il pugile mancato John Huston avrebbe sorriso dell’uno-due Wise BloodGiungla d’Asfalto passato sullo schermo del cinema Arlecchino ieri pomeriggio, con una gemma per pochissimi fortunati (modo delicato per dire “flop”) cui fa seguito un’opera di valore quasi totemico; in realtà gli inizi sono stati incerti anche per quest’ultima: durante la presentazione si è citato il famoso aneddoto secondo cui Louis B. Meyer appena la vide finita disse “non attraverserei nemmeno la strada per guardare spazzatura del genere”. Il numero relativamente esiguo di italiani in una sala grande e pienissima parla chiaro: 67 anni dopo quella sentenza si attraversa il mondo per guardare film come Giungla d’Asfalto.

Cinema Ritrovato 2017: “La saggezza nel sangue”

Pochi registi al mondo come John Huston sono riusciti ad attraversare quarant’anni di storia del cinema mantenendo fede alla propria poetica e adattandola alle innumerevoli forme espressive del cinema americano. La saggezza nel sangue, sceneggiato da Michael Fitzgerald a partire da un romanzo di Flannery O’Connor, è la seconda incursione del maestro, dopo il folgorante Città amara, nei territori aridi e disperati della New Hollywood che si sposano alla perfezione con l’affetto sconfinato di Huston verso i disadattati.

La grazia impertinente di “Il tesoro dell’Africa”

il film conserva una sua grazia ironica e impertinente, che si prende gioco dei classici gangster, proponendo truffatori disorganizzati, litigiosi e pasticcioni affiancati da un Bogart avventuriero di mezza età e conquistatore stanco. Huston e Capote si divertono poi a parodiare altri stereotipi del mondo del cinema: la donna bella e svampita (una bionda Jones che ammicca alla Monroe), la femme fatale arrivista (una Lollobrigida in scollati abiti da sera fin dal primo mattino), l’uomo serio dall’aplomb britannico (un Underdown che si sente perduto senza la borsa dell’acqua calda ma che non si scompone davanti alla dichiarazione d’amore della moglie per un altro). E anche l’intreccio amoroso e il sospetto di adulterio sono a volte suggeriti e a volte esasperati con un risultato di assoluta comicità.