Incidere nell’immaginario collettivo 4.0 con un’unicità estetica ed espressiva incastonata in una canonica aggettivazione che ne cataloga la simmetria, la stratificazione, l’artificio, il manierismo, in un’arena ricettiva tra detrattori ed estimatori. Eppure il cinema di Wes Anderson ha sempre cesellato una microscopica, carsica, ma fondativa ars dell’impuro e dell’aporia, che ha contaminato la letterale messa in quadro delle immagini e che in La trama fenicia evolve addirittura in discorsività meta-testuale, in un recondito manifesto poetico.
Dalla voglia sul volto di Saoirse Ronan in Gran Budapest Hotel a una fila irregolare di maneki neko (“gatti della fortuna”) in L’isola dei cani, dall’occhio bendato di uno scout in Moonrise Kingdom alla lampadina rossa contro la tavolozza turchese in Asteroid City: l’archivio sommerso di particolari ‘difettosi’ e dettagli sghembi è reductio ad unum, all’esistenza stessa, uno scarto tra l’ineccepibilità della forma e le incongruenze del reale, che per Anderson si traduce nella dimensione dell’umano e degli affetti.
In La trama fenicia il divario si eleva a un McGuffin concreto e intangibile, col famigerato gap finanziario che tormenta il protagonista “Zsa Zsa” Korda, un magnate degli armamenti e delle aviazioni, che con la figlia ritrovata Liesl deve riformulare gli accordi con gli azionisti per scongiurare un deficit ordito da un consorzio di nemici, ai danni del suo progetto edile più faraonico, la “trama fenicia”.
La corsa alle percentuali, alle contrattazioni e agli investimenti mira a salvaguardare un impero affaristico che rievoca tycoon d’antan come Howard Hughes e Jean Paul Getty, ma si radica anche nell’oscurità del contemporaneo (l’affollata prole nella spasmodica ricerca di un erede, con Elon Musk in controluce) e negli inquieti aneliti alla grandiosità architettonica, già sondati in Megalopolis e The Brutalist.
Una spy story industriale ispirata a Rapporto confidenziale di Welles, dove l’ansiogeno assestamento economico, tra dirottamenti aerei e attentati, inscena l’unico gap da colmare, quello tra vita e morte, che si riaffaccia dopo Asteroid City; là nella malinconia desertica del lutto più crepuscolare, qui in un colorito e inesorabile capitalismo, sempre all’interno di famiglie disfunzionali (e chissà se Anderson conosce La cassetta delle lettere dell’ungherese Ágota Kristóf, racconto su un figlio abbandonato e dopo trent’anni convocato dal padre facoltoso per la successione).
La realtà terrena non combacia mai con se stessa, preclusa la conoscenza del vero, che si svela solo nell’aldilà o all’apertura di una delle scatole che impacchettano i sogni di Korda (ciascuna un capitolo della vicenda), in quella fortunata metafora del cinema come scrigno onirico prediletta da Buñuel e Lynch. Anderson qui riadatta la narrazione a scatole cinesi di Asteroid City per un viaggio di formazione verso la genitorialità, avviluppata in un universo di miraggi, opacità e slittamenti, come un mosaico bizantino di cui manca un tassello, in una scrittura in cui la cifra dominante è il gioco della manipolazione.
Attraversa quindi La trama fenicia una frizione di senso, un residuo di disadattamento che non incrina la regia calibratissima, ma ne esalta il multiforme potenziale, senza ombra di pastiche. Dialoghi affilati della black comedy coesistono con le logiche del thriller anni ‘50, Hitchcock si affianca a Powell e Pressburger, la famiglia è un teatrino di dissimulazione, il Rinascimento (ci rammentano Korda stesso, il suo palazzo cinquecentesco e le sue letture) ha partorito un Barbablù come Enrico VIII, la rocambolesca missione nell’orientaleggiante Fenicia tocca tappe che citano Newark, Sacramento e Marsiglia.
Al termine di questa anti-fiaba spassosa e incupita, dai toni plumbei di Bruno Delbonnel e dalla violenza greve (con tanto di inedita fluidità da steadycam), Anderson, tra sommersi e salvati, illumina due consapevolezze. L’immortalità dell’arte, con i capolavori di Renoir e Magritte, veri oggetti scenici, che sopravvivono fino ai titoli di coda, e la riconciliazione con i figli, in una cornice di lifestyle contraria a quella iniziale, ma accomunate dalle gocce d’acqua di una perdita nel soffitto, ennesimo dettaglio di scompostezza che risuona di catarsi (anticapitalistica).