Lady Eva (Lady Eve, 1941), diretto da Preston Sturges, è una delle grandi screwball comedies hollywoodiane, insieme a L’orribile verità (The Awful Truth, 1937) di Leo McCarey e Susanna (Bringing Up Baby, 1938) di Howard Hawks. Il film prova il talento comico di Barbara Stanwyck, non sempre riconosciuto dai critici o nell’immagine popolare della diva, i cui sviluppi noir e melo hanno messo in ombra le interpretazioni nelle commedie.

In Lady Eva, l’attrice interpreta il doppio ruolo di Jean Harrington, una truffatrice che aiuta il padre a spennare innocenti rampolli di buona famiglia come Charles “Hopsie” Pike (Henry Fonda) che viaggiano sul loro stesso transatlantico, e Lady Eve, una più morigerata aristocratica britannica che sedurrà Pike per la seconda volta, senza che questo si accorga che sono la stessa persona.

Abbiamo detto, scrivendo di Femmine di lusso (Ladies of Leisure, 1930), primo dei cinque film della coppia Capra/Stanwyck, dell’importanza della maschera e del travestimento per i ruoli interpretati dall’attrice. In Lady Eva, il travestimento e il gioco del doppio sostengono tutto il meccanismo narrativo del film: quando l’ingenuo esperto di serpenti Hopsie Pike incontra Lady Eve Sedgwick non la riconosce come la stessa la donna che già una volta l’ha messo nel sacco.

L’idea del travestimento è, quindi, fondamentale ed è sostenuta attraverso un doppio guardaroba preparato dalla costumista di fiducia dell’attrice, Edith Head. Dopo la mortificazione dell’abbigliamento che aveva dovuto subire per interpretare la protagonista di Amore sublime (Stella Dallas, 1937), alla fine degli anni 30 la caratterizzazione divistica di Barbara Stanwyck diventa meno ordinaria, sostituendo progressivamente alla donna lavoratrice che vuole raggiungere una posizione sociale, figure femminili a cui il glamour dei loro abiti ma anche dei luoghi in cui si muovono assicura rispetto e credibilità nella loro sfida alle limitazioni della sfera domestica.

L’ironia di Lady Eva è lo strumento che decostruisce lo stereotipo della donna santa o puttana, della nobile o della tentatrice per antonomasia, arrivando all’aporia di dover considerare entrambe queste caratteristiche come parte dell’identità dei personaggi interpretati da Stanwyck: la stessa Lady Eve è smascherata come una donna che ha avuto molti più amanti di quelli che ha inizialmente ammesso. Lady Eva va visto come l’aggiungersi di un nuovo tassello nella maschera che costituisce l’immagine divistica di Barbara Stanwyck, un’immagine che, dagli anni 40 in poi, riesce ad unire generi e personaggi opposti senza, tuttavia, cadere in contraddizione e che si caratterizza per il rifiuto della condizione della donna come di un bene di consumo ad uso maschile.

Lo stesso prototipo di dark lady, che Stanwyck affermerà con La fiamma del peccato (Double Indemnity, 1944) e gli altri noir degli anni 40 e 50, affonda le sue radici nelle interpretazioni pre-Code e quelle con sfumature più comiche e ironiche, tra cui anche questa Lady Eva. Se Phyllis Dietrichson sfida esplicitamente l’istituzione del matrimonio organizzando l’omicidio del marito, Lady Eva, come altre screwball comedies del periodo, mostra che uomini e donne devono rinegoziare il significato del matrimonio e della vita di coppia, perché si sposano, si dividono e, infine, si ritrovano nella seconda parte del film, tanto che il critico Stanley Cavell ha coniato l’espressione “commedie del rimatrimonio” per questo gruppo di produzioni.

In Lady Eve, uomini e donne rinegoziano anche il peso del divismo dentro e fuori il film con Henry Fonda che accetta di fare da spalla a Stanwyck e Pike che, quando entra in scena per la prima volta, è controllato e spiato da Jean su un piccolo specchio che diventa uno schermo all’interno dello schermo cinematografico. Attrice o regista? Interprete o autrice della propria narrazione? La decostruzione degli opposti continua . . .