Per circa vent’anni è rimasto nel cassetto il progetto di realizzare una trasposizione cinematografica della novella di Rudyard Kipling The Man Who Would Be King, ad opera di John Huston e l’idea iniziale (parliamo degli anni Cinquanta) era di vedere coinvolta nel progetto la coppia Bogart-Gable nei rispettivi ruoli di Davrot e Carnehan, i furfanteschi protagonisti della vicenda, confratelli massoni ed commilitoni durante la guerra. La realizzazione del film ebbe un percorso lungo e travagliato, successivamente il regista pensò a Burt Lancaster e Kirk Douglas e poi ancora all’accoppiata Redford-Newman (già consolidata nel cinema di George Roy Hill), ma infine lo stesso Newman suggerì Connery e Cane e così avvenne.
L’uomo che volle farsi re rappresenta un passaggio significativo all’interno della filmografia di Huston, soprattutto legata al filone esotico-avventuroso che il cineasta aveva esplorato ampiamente durante la sua ascesa nell’età d’oro del cinema americano. Il tesoro della Sierra Madre, La regina d’Africa e parzialmente persino il suo Moby Dick, la balena bianca, sono film in cui affiorano tutte le fragilità e i vizi dell’essere umano posto davanti alla potenza della natura selvaggia. Avidità sete di potere e delirio di onnipotenza, tutti temi che si ritrovano anche nella trasposizione del racconto di Kipling, ma con uno sguardo e un approccio registico diversi.
Il film si compone di un prologo, di un racconto centrale e di un epilogo, seguendo molto fedelmente la scrittura kiplinghiana, con la figura dello stesso scrittore come io narrante della vicenda principale e incarnato in apertura e in chiusura da un mimetico ma misurato Christopher Plummer, contraltare della coppia Connery-Cane che specie nella prima parte fanno a gara in buffoneria ricordando quasi gli antieroi comici di alcuni chambara di Kurosawa.
Il gusto eroicomico e picaresco è decisamente spiccato in tutta la prima parte del film, che sostanzialmente racconta il viaggio dei due verso il kafiristan, ma l’umorismo non inficia l’impatto emotivo dei paesaggi e la potenza di una natura minacciosa e belluina, grazie anche all’azzeccata colonna sonora di Maurice Jarre e all’impattante lavoro fotografico di Oswald Morris, che passa dalle tonalità terrose e desertiche a quelle biancastre e nevose.
La coppia Cane-Connery incarna in maniera dicotomica il cuore nero dell’epica avventurosa alla Huston, se il primo rappresenta la cupidigia, volendo ad un certo punto della vicenda fuggire con il tesoro appartenuto al primo sovrano bianco del Kafiristan (Alessandro), il secondo esprime il delirio mistico di colui che fingendosi una divinità finisce egli stesso per credervi.
Huston pare quasi rileggere in chiave crepuscolare il proprio cinema esotico-avventuroso, trasmettendo una secchezza epigrafica che si condensa nel macabro finale, profondamente kiplinghiano, con l’immagine del teschio di Dravot sul cui capo brilla ancora la corona. Un’opera seminale che ha influenzato cineasti come John Milius (Addio al re), prima, e James Gray (Civiltà perduta), poi.