“Io non so cos’è che mi attrae de Il Mago di Oz, ma credo che la chiave sia la ricerca della strada per tornare a casa.” Così David Lynch rispondeva a Matteo Marino (uno dei più appassionati e strenui indagatori italiani dell’universo Lynch) a una domanda molto puntuale sul legame che da sempre intercorre tra il regista e il film del 1939 diretto da Victor Fleming. Era il 2017, l’occasione era l’anteprima italiana dei primi due episodi di Twin Peaks: The Return, mentre il pretesto era una foto di scena ben visibile nel bel documentario di Jon Nguyen, David Lynch: The Art of Life. Ma l’ossessione di Lynch per il musical tratto dal celebre romanzo di L. Frank Baum è materia antica, che affonda le sue radici tanto nella sua filmografia quanto nel suo approccio alla vita, all’arte, alla “cattura dell’idea.”

Come conseguenza fisiologica, l’ennesima (subdola) traccia in un mare magnum di allusioni sembra aver rinnovato le promesse di un’indagine. E così, dopo i passaggi al Tribeca e al festival di Karlovy Vary, spunta alla Festa del Cinema di Roma un titolo peculiare ed estremamente diretto: Lynch/Oz, una vera e propria esegesi critica di Alexandre O. Philippe. Ambasciatore del film-saggio (dalla “scena della doccia” in Psycho al rapporto contorto che intercorre tra George Lucas e i suoi fan), Philippe emerge dall’ultima fatica sulla Monument Valley e il suo ruolo nella storia del cinema (The Taking, recentemente proposto al Cinema Ritrovato) per un documentario decisamente ambizioso. Sì, perché come sempre accade con i lavori “cinemaniaci” di Philippe, Lynch/Oz finisce per sconfinare e diventare un irresistibile compendio sull’eredità morale ed estetica de Il Mago di Oz nella cinematografia contemporanea.

Si parte da Lynch, ma a parlare (come spesso accade) non è lui: al massimo le sue immagini. Perché il Mistero va mantenuto intatto, il Silencio sempre prediletto all’analisi, la di-spiegazione alla spiegazione. A parlare — in voice over — sono altri cineasti, da Rodney Ascher (Room 237) a Karyn Kusama (Jennifer’s Body, The Invitation, Destroyer), passando per David Lowery (Pete’s Dragon, A Ghost Story, The Green Knight), il duo Benson-Moorhead e soprattutto John Waters, il più affine degli spiriti. Sono testimonianze trasformate in sceneggiatura, sei capitoli di un percorso (psico)magico difficilmente immaginabile. È cinefilia all’ennesima potenza, ma è anche integrazione di approcci, educazione all’intravisione: è l’adulto che si riconcilia col bambino, uno spunto dietro l’altro.

Perché proprio Il Mago di Oz? E perché proprio l’adattamento di Fleming? Perché senza quel mondo in technicolor non esisterebbe il cinema di Lynch? In principio fu la casa. Quando la realtà comincia a essere terribile, caotica, sovrastante, la casa di Dorothy viene spedita in un altro mondo. La prima cosa che si sente nei titoli di testa del film di Fleming è l’ululato del vento: un coro (umano) che personifica la causa della rottura degli equilibri nella vita di Dorothy.

E il vento, il famigerato ominous woosh, è da sempre il protagonista sonoro dei film di Lynch: che sia in interni o in esterni, resta la costante tensiva della sua opera. Il vento fuori e dentro la casa, la casa verso cui fare ritorno (sia essa luogo fisico o spazio interiore). “Home”, l’unica parola che ripete Doug (o Agent Cooper) in Twin Peaks: The Return, la casa del fratello verso cui Alvin spinge il suo trattore in Una storia vera, o la Lumberton di Jeffrey in Velluto blu, da riscoprire attraverso un percorso violento e traumatico. Il vento è lo strumento dell’estraniazione, quel che permette di ritrovare “casa” quando gli equilibri si spezzano. Il vento è il mezzo con cui il sogno si annuncia.

C’è un senso di innocenza e candore nei personaggi di Lynch, un’assenza di cinismo e un eccesso di meraviglia (Henry Spencer in Eraserhead, Joseph Merrick in Elephant Man, Alvin in Una storia vera, Betty in Mulholland Drive e così via) che accomuna i suoi protagonisti alla Dorothy interpretata da Judy Garland. Judy è il Mistero dei Misteri in Twin Peaks, così come Garland è il nome di uno dei personaggi chiave della serie, e c’è una Garland Avenue in Mulholland Drive: l’ossessione di Lynch non è indirizzata semplicemente alla Dorothy de Il Mago di Oz, ma alla Dorothy dell’opera di Fleming. È la parte bambina che libera il suo sguardo su prospettive libere, slegate da codici troppo diretti e riconoscibili.

Ascoltando le testimonianze dei registi coinvolti da Philippe, si è portati a pensare che tutto il cinema di Lynch racconti lo stesso “viaggio dell’eroe”: preservare la parte bambina dalle Streghe dell’Ovest di questo mondo (Frank Booth, BOB, The Mystery Man e tanti altri). Ma non si tratta soltanto di una semplificazione conveniente: oltre le scarpette rosse, i maghi, i facili parallelismi (soprattutto quelli compiuti da Kusama e Lowery), l’opera di Lynch vista attraverso la lente de Il Mago di Oz ci appare come una roccaforte costruita attorno al sogno.

Dunque ben vengano le riflessioni su Cuore selvaggio e il fatto che Il Mago di Oz sia parte sovrapponibile della narrazione, ben vengano gli spunti sui lyp-sincing ricorrenti e il musical di Fleming, ma il cuore di Lynch/Oz (al di là della sua superflua cornice, compresi incipit e finale parodistici) è la moltitudine di sguardi, più della varietà delle interpretazioni. Più che una lezione sull’osservazione, un invito al viaggio. L’invito accorato di un gruppo di registi a non smettere di immaginare nell’era della visibilità totale.