Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 nella sezione Venice Open – Fuori Concorso, Nessun dolore racconta la storia di Davide (Alessandro Borghi), un libraio ambulante sulla trentina, che vive da solo nel centro della Roma bene (Prati). Davide non ha studiato, ma si nutre di una cultura demodé data dalla sua viscerale passione per i libri. Tra le pochissime relazioni umane del protagonista, spicca il rapporto di simpatia con una delle sue poche clienti, una professoressa universitaria di letteratura, l’intensa Elsa (Valeria Golino) e l’inconsueta amicizia con un necroforo (Valerio Mastandrea).
Un giorno la vita di Davide subisce un brusco mutamento quando, per strada, uno sconosciuto extracomunitario (Ramzi Lafrindi) tenta di affidargli il figlio (Gabriel Bovino). Dopo un silenzioso pedinamento del giovane caratterizzato da una impossibile comunicazione per limiti linguistici, il bambino finisce investito da una moto, e da quel momento Davide viene assalito da un divorante senso di colpa.
La sceneggiatura del film (firmata da Amelio con Davide Serino e Andrea Quetti) procede scarna ed essenziale, di pari passo con la ridotta capacità di comunicazione del protagonista, talmente tanto portata all’osso dal trauma subito (simbolicamente una vera e propria invasione del terzo mondo nella propria esistenza privata), che egli non parla più, non racconta a nessuno l’accaduto, non spiega, non si giustifica, ma si limita ad agire secondo la propria morale. Accettando con rassegnazione di subire le conseguenze delle successive scelte proletarie.
Durante l’attesa in ospedale per avere notizie del bambino (che non ha preso con sé), la vita di Davide incrocia il destino di una giovane ragazza velata senza dimora, e dopo aver assistito alla sua cacciata dal Pronto Soccorso dove cercava rifugio per la notte, decide di ospitarla in casa sua. L’uomo cerca nell’accoglienza di una sconosciuta straniera il chiaro riscatto per quella che sente come una colpa originaria.
Il senso di colpa di Davide (magistralmente interpretato da un Borghi dimesso, ma intensissimo) non è solo il suo, rispecchia il senso di colpa dell’italiano medio (se vogliamo un po’ radical chic) nei confronti del terzo mondo. Davide rappresenta un individuo appartenente alla media borghesia, animato da idee progressiste e terzomondiste, che vive conservando privilegi socioeconomici elevati (una casa di proprietà e il lusso di permettersi un lavoro non remunerativo). La sua componente psicologica e culturale esprime quel sempre più diffuso complesso del benessere che affligge gli animi di noi occidentali insieme ad un alienante senso di disagio per la sperequazione globale della ricchezza.
Per questo le azioni del protagonista si traducono presto in un disperato tentativo di espiazione morale tramite quella che chiameremmo una solidarietà performativa: il mancato aiuto al bambino, dovrà riscattarsi con un eccesso di accoglienza senza limiti ad intere “orde” di clandestini catapultati in casa sua. E nonostante per la legge italiana ospitare in casa propria una persona senza permesso di soggiorno (a titolo gratuito e per motivi umanitari) non costituisca reato, l’uomo si troverà kafkianamente a rispondere del reato di favoreggiamento di permanenza illegale.
Con Nessun dolore Gianni Amelio racconta un’altra storia di immigrazione, ma soprattutto una storia italiana intrisa, tramite la fotografia dei luoghi ed il contrasto tra il benessere di Roma Prati e la miseria disperata di Termini, di atmosfere allucinanti, assurde e angosciose. Come scriveva Goffredo Fofi nella presentazione del volumetto Amelio secondo il cinema (ed. Donzelli 1994): "Per Gianni Amelio come per pochissimi altri registi la scelta di una inquadratura è davvero questione di morale, un film è davvero scavo dentro di sé e dentro il mondo, ricerca di valore ed esigenza di una comunicazione senza orpelli".
L’animo del protagonista è letteralmente strappato tra l’assurdità burocratica e la sua angoscia esistenziale. La vicenda di Davide /Borghi si trascina per inerzia tra un sistema di regole incomprensibili e paradossali, che negano qualsiasi via d’uscita e un personale senso di impotenza e smarrimento di fronte a un meccanismo invisibile, frustrante ed immutabile. Ciò che nel comportamento del protagonista può risultare assurdo o esagerato o imputabile a buchi di sceneggiatura, perché incongruente con la realtà, è invece un atto consapevole di impossibile ribellione, quindi un gesto politico.
La cifra umanista del cinema di Amelio è presente interamente nel film dall’ attenzione per l’infanzia all’amore per il Sud del mondo, insieme ad una matrice formativa proletaria evidente. Infine, la cultura, come un bisogno non solo intellettuale, ma proprio vitale. Come Il ladro di bambini e Lamerica anche questo Nessun dolore sono film su una "umanità che persiste, che non si lascia travolgere dalle mutazioni, che si rifiuta alla lobotomizzazione e robotizzazione graziosamente offertale dai poteri e dalla pubblicità […]. Come il suo vecchio-bambino Spiro, incarnazione di una Italia uccisa dal benessere e dalla televisione come dall’insipienza e dalla interessata viltà della cosiddetta “cultura di sinistra”, Amelio conosce ancora la lingua scomparsa degli umani, delle poveri genti italiche di ieri. Egli cerca di farla sopravvivere e farla agire anche qui oggi in mezzo a un popolo atrocemente alienato […]. Di questo noi sopravvissuti umanoidi gli siamo grati".
“Sopravvissuti umanoidi” è proprio così che si sentono gli spettatori del film nello svolgersi del racconto, empatizzando con un dolore che non ha lo spazio per potersi esprimere, a cui è negata qualsiasi dignità umana, un dolore che non esiste, il dolore per tutti i soprusi e le ingiustizie inferti a popoli migranti da una società che declina ogni responsabilità, si gira dall’altra parte, finge di non vedere, peggio, maltratta, respinge, rinnega.
Si potrebbe obiettare che un rischio consistente del film sia quello di ridursi ad un esercizio di pietas paternalistica nei confronti di soggetti invisibili e che non sono raccontati come interlocutori paritari, ma solo come oggetti di una compassione che affranca. In realtà, conoscendo il cinema di Amelio, questo rischio è schivato grazie alla sua principale nota stilistica di sincerità. Amelio non è uno che fa film di testa, i film di Gianni Amelio nascono dalla pancia. E come Amelio stesso dichiarava sempre a Fofi (Amelio secondo il cinema ed. Donzelli 1994) su Lamerica, "non voglio assumermi in alcun modo il ruolo di maestro di morale. Il film parla da sè".