È sull'amicizia che si basa, in tutti i sensi, il terzo e ultimo lungometraggio di Claudio Caligari: il regista scompare poco dopo la fine delle riprese e il film uscirà postumo, nel 2015, grazie all'impegno e all'affetto di amici e colleghi, tra cui Valerio Mastandrea che ne assumerà la produzione e scriverà perfino una lettera a Martino (Scorsese) in cerca di finanziamenti e di supporto.

Ambientato nel 1995 a Ostia, Non essere cattivo è un film sull'amicizia, profonda e autentica, che lega Cesare e Vittorio, giovani accattoni che conducono una vita di alcol, rapine, spaccio e consumo di droga. Torniamo dunque nella stessa borgata di Amore tossico, traslata però di un decennio: in quella periferia impregnata di salsedine e rabbia, dove avevamo lasciato gli eroinomani degli anni '80, adesso troviamo giovani fagocitati da cocaina e droghe sintetiche.

I due protagonisti – a cui Luca Marinelli e Alessandro Borghi donano anima, lacrime e sangue, dando prova di grande abilità e complicità attoriale – sono voraci, vitali, irrequieti, quasi nevrotici, con un'energia tale da sfiorare l'implosione. Sono come fratelli, ma le loro strade si separano quando Vittorio, mosso dal disprezzo di sé e di questa vita tra droga ed eccessi, incontra Linda e comincia a lavorare in cantiere.

La redenzione attraverso il lavoro (in nero e sottopagato) è, però, soltanto un'illusione e ci vorrà poco per accorgersi di quanto sia difficile non cedere al richiamo della strada e dei suo codici per cui lavorare è una vergogna (“Ma che è? N’epidemia de lavoro?” dice Il Brutto ai suoi compari quando li vede tornare dal cantiere).

Nel solco dell'eredità di Pasolini, Caligari mostra una società appiattita dal consumismo sfrenato, che lascia ai margini questi reietti, anime sbandate e alla deriva, stordite dall'odore della notte, che sognano di andare altrove, senza sapere dove, auspicando una via di (ri)uscita e di evasione.

In un cinema italiano contemporaneo troppo spesso occupato da personaggi annoiati dalla loro vita borghese, i ragazzi di vita energici e vitali dipinti da Caligari, sempre in bilico tra speranza e disperazione, sembrano un po' dei marziani, così autentici con la loro fame di vita e urgenza di “svortà” e costruirsi un futuro.

A restituire l'autenticità di Cesare e Vittorio e del loro mondo ci pensa una sceneggiatura così curata e precisa da non lasciar quasi traccia di sé: senza forzature, senza retorica né moralismi (e tenendo sempre viva una cifra comica che regala una serie di citazioni di facile appropriazione), lascia che ci si arrenda alle emozioni, che ci travolgono e ci immergono nelle vite di Cè e Vittò, fino a sentirne il respiro e il battito cardiaco.

L'unica cosa che resiste, nello squallore desolante di questa Ostia crudele e delle vite miserabili che la abitano, è l'autenticità dei legami umani, di sangue e di amicizia, nonostante tutto. “Non essere cattivo” risuona quasi come un tacito monito tra gli sguardi in un finale di (illusoria) speranza, in cui una vita che nasce porta addosso il peso di quelle che l'hanno preceduta.