Infanzia e crudeltà si fondono fin dal titolo in Non si sevizia un paperino, la scabrosa summa del giallo di Lucio Fulci. Ispirato a un coevo fatto di cronaca bitontino, il racconto segue l’andamento classico del genere. Un misterioso assassino uccide bambini in un paesino immaginario della Basilicata e la strage continua anche dopo l’arrivo della polizia, che dovrà districarsi tra sospetti e superstizioni per trovare il colpevole. L’intreccio è semplice e lineare, ma denso di situazioni e personaggi secondari che descrivono alla perfezione il mondo diegetico.
Prima che Pupi Avati desse il via al genere che sarà definito gotico rurale con La casa dalle finestre che ridono, Fulci sovverte i canoni del neonato giallo all’italiana con un’ambientazione brulla e assolata, popolata da comunità superstiziose e arretrate. Non a caso il regista romano si definiva “il terrorista dei generi”. La sceneggiatura non fa sconti a nessuno, a partire dall’impietosa descrizione di una piccola società arretrata, meschina e ipocrita. L’umiltà imposta dall’indigenza economica non basta a mascherare una mentalità morbosamente pregiudiziosa, indifferente all’altrui sofferenza, la propensione al vizio e alla giustizia sommaria. La sequenza del linciaggio della maciara, un’emarginata accusata di praticare magia nera, compiuta nell’omertà generale sulle note di canzoni pop, segna il culmine di questa rappresentazione, nonché una delle scene più truci e famose del film. Discutendo di meridione e superstizione la mente corre immediatamente a Sud e magia dell’etnologo De Martino, ma Non si sevizia un paperino non è (solo) una denuncia dell’arretratezza. La figura centrale di don Alberto, il rispettato parroco del paese, giovane e affascinante, è a conti fatti lo specchio della vilipesa maciara. Che si tratti infatti di Gesù Cristo o di bambole di cera, una superstizione infondata rimane tale e così le atrocità che ne scaturiscono, cambia solo la maniera in cui vengono legittimate nella società ‘civile’. La polizia, infine, come nella maggior parte dei film del genere, è semplicemente inutile. Come una preghiera.
Non si sevizia un paperino risultò un’opera scomoda, e i censori riuscirono perfino a portare gli autori in tribunale attaccandosi pretestuosamente a una sequenza di nudo a inizio film. Fulci dovette dimostrare alla corte come aveva realizzato la sequenza senza coinvolgere attori minorenni, ma chiunque abbia anche solo sentito parlare di montaggio ci sarebbe potuto benissimo arrivare da solo. A distanza di mezzo secolo questo aneddoto fa sorridere, anche perché l’erotismo non è certo il fulcro sui cui si regge il film. Se al giorno d’oggi si fatica a concepire la scabrosità di Non si sevizia un paperino, lo stesso non si può dire della sua sanguinolenza, tuttora di forte impatto. Come gran parte della filmografia di Fulci, anche Non si sevizia un paperino è un grande esempio di come si possano realizzare opere intelligenti e provocatorie senza sacrificare l’intrattenimento né contenere la violenza.