Il ritorno di Oldboy (2003) nelle sale – in versione restaurata in 4K sotto la supervisione del regista – è solo un’ulteriore conferma dell’enorme impatto che il film cult del sudcoreano Park Chan-wook ha avuto nella cultura cinematografica, orientale e non solo. Secondo (e più celebre) capitolo della sua trilogia della vendetta, dopo Mr. Vendetta e prima di Lady Vendetta, fu premiato al Festival di Cannes con il Grand Prix Speciale della Giuria, a testimonianza di come il plauso del pubblico e della critica possano convergere nei film più geniali. Perché Oldboy è un thriller violentissimo, disperato e inquietante, ma anche un vero film d’autore, dove la violenza e gli eccessi non sono mai gratuiti, bensì espressione di una visione nichilista del mondo che Park inserisce in ogni sua opera.

Co-sceneggiato dal regista stesso a partire dal manga omonimo, è incentrato su Daeh-su (Choi Min-sik), un uomo qualsiasi che un giorno viene rapito e imprigionato in una piccola cella. Mentre è accusato della morte della moglie, l’uomo viene tenuto rinchiuso nella stessa stanza per quindici anni, durante i quali si allena con la boxe e tiene un diario, per poi essere improvvisamente liberato. Il suo unico obiettivo ora è sapere chi e perché gli ha rubato tanti anni di vita, e vendicarsi: ma è il suo stesso aguzzino a sfidarlo attraverso dei messaggi, lasciandogli cinque giorni per scoprire la sua identità. Con l’aiuto della giovane Mi-do (Kang Hye-jeong), Daeh-su risale a un segreto sepolto negli anni del liceo, e che ha come protagonisti un fratello e una sorella legati da un rapporto incestuoso. La vendetta del protagonista entra dunque in una spirale che finisce per convergere con la vendetta del suo persecutore, il misterioso Woo-jin (Yoo Ji-tae).

“Ridi, e il mondo riderà con te; piangi, e piangerai da solo”: è in questa massima celeberrima pronunciata dal protagonista che si racchiude il carattere nichilista, estremo e irripetibile di Oldboy. Non a caso, l’omonimo remake di Spike Lee del 2013, pur essendo un film ben fatto e avvincente, non aggiunge nulla al capolavoro di Park, anzi ne perde la potenza e i significati più profondi, per diventare un buon thriller simile a tanti altri. Mentre l’Oldboy originale è un film che ti entra dentro e non si dimentica: è un’opera radicale che affonda la sua ragion d’essere in un ritratto nerissimo dell’animo umano, in un bisogno quasi ontologico di vendetta, in un grido di dolore e di odio che si innalza dalla disperazione tanto del protagonista quanto del suo misterioso nemico.

La vendetta è uno dei temi conduttori nella filmografia di Park, un regista che ambienta le sue storie negli ambienti più torbidi e cattivi, dal traffico di organi di Mr. Vendetta agli infanticidi di Lady Vendetta, senza dimenticare l’episodio Cut dell’horror antologico Three… Extremes. Così come una costante è la perversione e la rappresentazione di famiglie deviate e disfunzionali incentrate su rapporti morbosi – pensiamo a Stoker e Mademoiselle – che in Oldboy si esplica nel tema tabù dell’incesto.

Park Chan-wook, come sua abitudine, non lascia niente fuori campo, e la violenza – tanto fisica quanto psicologica – si manifesta fin dal flashforward che fa da incipit, con un uomo in bilico sul cornicione di un grattacielo. La prigionia di Daesh-so, chiuso da solo in una stanza per quindici anni (c’è da impazzire solo a pensarci), è di una crudeltà devastante, con la follia che galoppa – vedasi l’allucinazione delle formiche. La violenza esplode nei momenti più inaspettati, e non è solo quella violenza facile che si traduce in effetti sanguinari (comunque presenti), ma una forma più sottile, realistica e disturbante: il suicida che si schianta al suolo, il polipo divorato vivo da Daeh-su (in un’impressionante immagine politically uncorrect per gli animalisti), i denti cavati col martello, fino alla scena-simbolo del film, cioè il lungo piano-sequenza col protagonista che stende a martellate gli avversari in cruenti scontri corpo a corpo – una scena d’azione coreografata magistralmente.

Vedremo anche una mano mozzata, un taglio della lingua, omicidi e torture varie, ma la crudeltà è prima di tutto insita nei dialoghi e nella psicologia dei personaggi, imbevuti di odio e vendetta, e valorizzati dai primi piani: le espressioni belluine e inferocite del bravissimo protagonista (che tornerà in Lady Vendetta e in I saw the devil di Kim Ji-woon), il sorriso diabolico di Woo-jin e l’innocenza perduta delle donne, un lungo percorso senza salvezza che sfocia nell’umiliante confronto fra i due nemici e nel commovente finale; come sempre nel cinema di Park, anche i rapporti sessuali sono all’insegna del dolore, e – come scopriremo poco alla volta – della perversione.

La sceneggiatura di Oldboy è intricatissima e stratificata: un percorso a doppio senso che, se da un lato segue le indagini e la vendetta di Daeh-su verso i suoi rapitori, man mano ci conduce anche lungo il piano inverso, cioè la vendetta di Woo-jin nei suoi confronti, per un segreto inconfessabile che risale a molti anni prima. Perché la prigionia e la liberazione sono le componenti di un piano diabolico che si dipana man mano come un puzzle, dove giocano un ruolo fondamentale il personaggio di Mi-do e sofisticate tecniche di ipnosi.

Oldboy è costruito come un’enorme tragedia greca trasposta nella Corea dei giorni nostri, fra squallide celle ed eleganti grattacieli: una storia incentrata su vari topos delle tragedie classiche – amore e morte, incesto e vendetta – il cui carattere solenne è sottolineato anche dalle musiche incalzanti e magniloquenti. “Sebbene io sappia di essere peggio di una bestia, non crede che abbia anche io il diritto di vivere?”, dice un anonimo uomo prima di suicidarsi: e in questa frase è riassunta tutta la disperazione universale di Oldboy.