Nella Londra criminale di fine anni Sessanta, il violento Chas (James Fox), galoppino del gangster Harry Flowers, è costretto a nascondersi dai propri colleghi e dalla polizia in seguito a un regolamento di conti andato male. Trova rifugio nella casa del musicista bohémien Turner (Mick Jagger), che inizialmente rifiuta il nuovo ospite, ma poi viene completamente soggiogato da una figura così altera e diversa da lui… o forse è vero il contrario, ed è Chas che subisce il fascino sensuale del rocker.
Al centro dell’opera Cammell e Roeg vi è l’ambiguità dei rapporti che scaturiscono all’interno della casa e, soprattutto, sulla collisione e fusione tra i due principali personaggi maschili: l’uomo macho e aggressivo da un lato, l’artista volubile dall’altro. La realtà e la finzione si fondono ed espongono il gioco di ruoli in cui tutti, dai malavitosi dell’East London alla giovane e maliziosa Lucy, sono costretti a prendere parte per sopravvivere al torpore della vita.
Si spiega così il titolo del lungometraggio, Performance, che per la distribuzione italiana venne tradotto in Sadismo; usando il titolo italiano come chiave di lettura, ci si concentra esclusivamente sulla violenza fisica (che si condensa in realtà nei primi quindici minuti di film), leggendo l’evoluzione di Chas e Turner come la crudele consapevolezza di starsi approfittando dell’altro e di godere del dolore che questo genera. Per quanto sia sicuramente presente un elemento di sadismo all’interno delle dinamiche mostrate sul grande schermo, ma questo non dovrebbe porre in secondo piano il vero focus della pellicola: il costrutto sociale, l’imposizione di ruolo e le dinamiche che questo comporta, nel bene e nel male.
Il tema della performance, intesa non solo come la ribalta sociale, ma come vero e proprio gesto artistico, è ugualmente presente e centrale… forse più per l’elaborazione del testo filmico che per lo svolgersi della vicenda. I dialoghi tra James Fox e Mick Jagger – merito della scrittura di Cammell – sono un trama intricata di follia in cui lo spettatore resta intrappolato, quasi assuefatto dal non sense che l’interpretazione dei due attori non fa altro che alimentare.
Mick Jagger recita, declama, balla e canta, regalando al pubblico qualche minuto da musical queer à la The Rocky Horror Picture Show verso la fine del film. Anche la fotografia, curata da Roeg, raggiunge lo status di performance artistica, rappresentando visivamente l’incontro tra il sacro e il profano attraverso colori brillanti, tonalità più acide e sfumature olografiche.
Performance è un’opera libera da ogni etichetta, al di là della concezione di cult. Rappresenta contemporaneamente i confini della società e il loro abbattimento, dove ogni azione è una parodia di essa stessa. È un film queer senza sapere di esserlo eppure non lo è affatto. È un gioco, un esperimento, una scommessa persa inizialmente e vinta nel lungo periodo. Performance è pazzia e totale razionalità, tutto e niente. “Vice. And Versa”.