Il ritorno in sala di Sciuscià, all'interno del progetto Cinema Ritrovato al Cinema, permette di guardare con occhi nuovi al capolavoro neorealista di Vittorio De Sica. Ci accompagnano nella riscoperta alcune fonti critiche (sia d'epoca sia della cinefilia moderna) decisamente suggestive.

 

“Bello, questo film di De Sica”, dicevano molti che l’avevano visto (o ne avevano sentito parlare), e aggiungevano: “È un po’ come Il cammino verso la vita di Ekk”. Il paragone era troppo facile: ‘sciuscià’ e ‘besprizomi’, ragazzi abbandonati dell’altro dopoguerra in Russia e ragazzi abbandonati di questo dopoguerra in Italia; e oltre che facile era probabilmente anche suggerito dalla tenace abitudine di scovare sempre un modello straniero alle cose troppo riuscite di casa nostra. Perché questo film è davvero troppo riuscito per entrare nella categoria ‘film italiani’ con tutto il significato segretamente spregevole che volentieri le si attribuisce. A parte il fatto più che probabile che De Sica non abbia mai visto Il cammino verso la vita, il suo film non ha proprio nulla in comune con quello russo del 1932, se non un’affinità tutta esteriore di ambiente. Quello era sereno e ottimistico, quasi retorico in certi punti; questo è amaro e tragico, una denuncia implacabile del desolato abbandono della nostra infanzia di oggi. Accenti simili non se ne sono davvero mai visti sino ad oggi sugli schermi italiani. […] Andate a vedere questo film: nessun film americano, dalla liberazione ad oggi, ci ha dato emozioni così forti.
Luigi Comencini, “L’Avanti!”, Milano, 28 aprile 1946

Sciuscià è una storia di oggi, di un’Italia uscita dalla guerra lacera affamata e scalza. Di un’Italia triste e senza sole. Sciuscià è un documento, un’accusa, una parola spesa a servizio della causa del bene. Oltre che un bellissimo film. Senza pietismi, senza declamazioni, con poche lacrime. È un film di ragazzi, di quelli che la guerra ha gettato, con un colpo di coda, a sei, a otto, a dieci anni, nella lotta per l’esistenza: costretti, nell’età in cui si gioca, a vivere da uomini, a mentire, a trafficare, a ‘sapere’. Due di questi piccoli sciuscià romani, che passano la giornata a lucidare le scarpe agli alleati, a fare piccoli traffici di borsa nera, riescono con un pacchetto di biglietti da mille, a comperarsi un cavallo, un cavallo bianco. Ma coinvolti dai grandi in un furto ai danni di una chiromante, finiscono dentro. Il cavallo bianco è il nocciolo poetico del film; è l’infanzia perduta, è, per i due amici rinchiusi e separati in un carcere per minorenni, la libertà. Nel carcere l’assunto polemico del film si fa più aspro. Nella conigliera del riformatorio centinaia di ragazzi stipati nelle celle, hanno rinunciato a sperare nella bontà: la canzonetta oscena, il ricatto, il pugno sono le loro armi. La minestra cattiva, le cinghiate, la segregazione sono quelle dei loro sorveglianti. I due amici sono a poco a poco divisi, un triste equivoco li rende nemici. […] Vittorio De Sica, che è un intelligente uomo di cuore, ha fatto in questo film quello che dovrebbe fare ogni vero regista: ha impegnato se stesso. Preoccupandosi, piuttosto che di far brillare una regia, di rispettare le profonde intenzioni del tema. Vorremmo che rimanesse ascoltata la commossa denuncia di Sciuscià. E vorremmo che il pubblico ascoltasse De Sica: uno di quegli uomini coi quali si può cominciare a rifare il nostro (e non solo il nostro) cinema. Ha detto l’altro giorno De Sica: “vorrei che il pubblico si convincesse che il cinema italiano non è De Sica”. Intendeva un certo De Sica, che con Viarisio, Melnati, Campanini, e, Massi, anche Fosco Giacchetti, ha corso per tanti anni gli schermi italiani. Gli rispondiamo che il cinema italiano può essere e dev’essere quest’altro De Sica, questo di SciusciàSciuscià è un film italiano, italiano come la nostra miseria, come il nostro sole a lutto, come il nostro amore ferito.
Dino Risi, “Milano Sera”, 29 aprile 1946

Sciuscià di De Sica è ad un tempo un documento terribilmente serio, e un leggiadro gioco di fantasia; ha del documento l’esattezza dei rilievi, la disadorna concisione, la delicatezza dei particolari; ha della spensierata levità di De Sica la estrosità divagante, l’indugio capriccioso, il motivo superfluo; le letterarie invadenze. Un film coraggioso, che vuole spettatori intelligenti; e un film intelligente, che vuole pubblico desto ed umano. Sostituite al titolo, che è dello spunto, non della realizzazione, questo altro, Minorenni o riformatori italiani, e il film ha per voi un sapore, che esce dal documentario ed entra, in una arguta polemica sociale, in una compatta indagine psicologica.
Gian Battista Cavallaro, “L’Avvenire d’Italia”, 30 aprile 1946

Questa storia di ragazzi abbandonati che si danno alla delinquenza e di amicizia bruciata è il film che fonda storicamente il neorealismo, insieme a Ossessione e Roma città aperta. Sul piano drammatico il racconto presenta una serie di false colpevolezze concatenate l’una all’altra, e mira a disegnare il più concretamente possibile la vera responsabile di questi tragici malintesi: la miseria. Come spesso nei film di quest’epoca (I bambini ci guardanoLadri di bicicletteUmberto D.) il film ruota attorno al tema della colpa. Colpe degli adulti nei confronti dei bambini, di colui che sa nei confronti dell’ignorante, del benestante nei confronti dell’escluso. Idea espressa con tanta più intima convinzione in quanto non vuole riflettere nessuna ideologia. Ma, attraverso la sua dolcezza e un accenno discreto, lo stile di De Sica cerca di fare da contraltare all’atrocità. Per De Sica, l’idea di colpa è al centro dell’evoluzione che l’ha portato dal cinema dei telefoni bianchi alla creazione del neorealismo.
Jacques LourcellesDictionnaire du cinéma. Les Films, Robert Laffont, Paris 1992

Storia di un'amicizia drammaticamente infranta, Sciuscià riapre il discorso poetico già avviato da De Sica in I bambini ci guardano (1944). Questa volta, la visuale si amplia, dagli egoismi e dalle insensibilità di un interno domestico e piccolo borghese a una società che la guerra ha sconvolto, abbattendo tabù e menzogne ma anche seminando lacerazioni materiali, morali e psicologiche. Vittime di una spietata solitudine sociale, ma pervasi dai miraggi del benessere che la borsa nera e mille traffici leciti e illeciti hanno acceso, Giuseppe e Pasquale inseguono il sogno di un'infanzia in cui vi sia posto per la fantasia. Il cavallo bianco, 'Bersagliere', che i ragazzi comprano, incarna, insieme a un naturale istinto di libertà, un bisogno che l'immaginazione ha nutrito. Zavattini e De Sica partecipano di questi sentimenti e disegnano gli sciuscià del loro film come piccoli uomini precocemente cresciuti alla dura scuola della vita. Abbandonati a se stessi, traditi, umiliati, ingannati, uccisi dal mondo degli adulti. La requisitoria è aspra e investe, oltre al cinismo e all'indifferenza degli individui, le istituzioni: la giustizia ingiusta degli adulti, il reclusorio come scuola di delinquenza dominata da un autoritarismo di stampo fascista (chi denota un pizzico di umanità e mitezza soccombe).
Sciuscià colpisce per la vivezza di uno sguardo che non concede nemmeno un'unghia al bozzetto, al pittoresco, alle cadenze melodrammatiche che costellano alcuni film coevi del neorealismo emergente. Uno svolgimento asciutto e secco, indenne da sottolineature patetiche e da indugi di commiserazione, volge spedito allo scioglimento di una tragedia che De Sica osserva con sguardo crudo, alieno da accenti moralistici, non meno di quanto lo sarà quattro anni dopo Luis Buñuel in Los olvidados. Un De Sica, quello di Sciuscià, immune da qualsiasi forma di 'buonismo' e di pietismo, quale si vedrà anche nei successivi Ladri di bicicletteMiracolo a Milano (1951), Umberto D. Disadorna, la regia poggia sulla semplicità compositiva delle inquadrature, sulla incisività dei volti, sulla misuratezza dei movimenti della macchina da presa, su un montaggio piano e su una intensità che raggiunge la poesia e rischiara il fondo disperato di un film illuminante.
Mino ArgentieriEnciclopedia del Cinema, Treccani, Roma 2004

Nel suo saggio su Charlie Chaplin Sergej Ėjzenštejn sottolinea “lo sguardo del bambino”. È, questo, anche il nucleo della messa in scena di Vittorio De Sica nelle sue prime tre regie importanti (I bambini ci guardanoSciusciàLadri di biciclette) e per certi aspetti anche della quarta, Miracolo a Milano.
In Sciuscià la guerra, che ha prodotto un’enorme crescita del Lumpenproletariat, prosegue ora in altre forme, come guerra di strada nella giungla urbana. Le situazioni cui lo Stato, la burocrazia e il sistema carcerario sottopongono gli individui sono profondamente e disumanamente assurde rispetto allo sguardo del bambino.
Se l’accusa di I bambini ci guardano era diretta ai genitori, qui è trasferita all’apparato sociale. Sullo sfondo di una constatazione crudele spicca una purezza d’osservazione sempre meravigliosa. Quando nel carcere viene proiettato un film – costituito da miseri cinegiornali di guerra – un ragazzino tisico esclama estasiato “Il mare!”. Non gli restano che pochi istanti di vita. L’effimera immagine in movimento vale poco o nulla, ma filtrata attraverso la coscienza del ragazzino questo lampo di natura fissato sulla pellicola diventa testimonianza duratura che la vita è preziosa, e che perfino la persona più svantaggiata non avrà vissuto invano.
Il vero tema di Sciuscià è l’amicizia tra Pasquale e Giuseppe. Essa sostiene avversità insormontabili e trascende infine una morte che avviene per caso ed è spietatamente crudele nella sua arbitrarietà. La profondità dell’emozione che lega i due ragazzi – attestata dall’intensità distruttiva del loro conflitto – è la misura di tutte le cose.
Il cavallo bianco comprato dai ragazzi significa l’assoluta definitività del loro legame. Per altri è un semplice contratto commerciale negoziato a piacimento. Sciuscià è una nuova versione dei due mondi di Jean Vigo. Il mondo degli adulti con la loro guerra, il fascismo e la corruzione è rappresentato in termini di freddo, ordinario realismo, a volte come una bazzecola comica. Il mondo dei bambini è in gran parte invisibile, nascosto, un sogno. Può essere ravvisato sui loro volti o in immagini concepite nello strano chiaroscuro di una leggenda. La visione dei due ragazzi nella foresta in groppa a un cavallo bianco è come una favola che aleggia su tempi malvagi.
Peter von BaghTaikayö [Una notte di magia], Love Kirjat, Helsinki 1981