È una distopia ricalcata sulle ferite dell’attualità quella che Paolo Virzì immagina nel suo nuovo film. Tornando al Lido di Venezia, questa volta fuori concorso, a cinque anni di distanza dalla parentesi americana Ella e John, il regista livornese punta ad ampliare i territori del proprio cinema. Questa volta Virzì cala la sua commedia di costume in un futuro non definito in modo esplicito, ma che viene narrato come non troppo distante dal contesto dei giorni nostri. Siamo in un mondo post-pandemico ma in cui i problemi legati alla diffusione di morbi virali è ben lungi dall’essere superata.

Soprattutto, però, si fa riferimento ad una situazione in cui la crisi climatica si sta già manifestando tramite effetti catastrofici, nello specifico con un’ondata di aridità che ha travolto la capitale, prosciugandola ad un punto tale da costringere le autorità ad imporre un razionamento giornaliero dell’acqua pubblica. Tra le vie di questa Roma febbricitante si muovono i protagonisti di Virzì, uniti ancora una volta in una prova corale affidata ad un cast all star, talmente affollato di grandi nomi del cinema italiano da permettersi di confinare interpreti come Monica Bellucci (in un omaggio a sé stessa) e Max Tortora in ruoli marginali al limite della comparsa.

Storie bizzarre di drammi comuni in un contesto straordinario, che si sfiorano e dialogano tra loro per comporre un intreccio farsesco sull’angoscia che attende la nostra società. I volti sono delle caricature beffarde dell’italianità: un tassista insonne in preda ad allucinazioni provenienti dal passato (Valerio Mastandrea), un medico talmente assorbito dai propri doveri professionali da trascurare i propri affetti più cari (Claudia Pandolfi), un carcerato che rifiuta la possibilità dei domiciliari (perché tanto lui un domicilio non ce l’ha) che si ritrova evaso suo malgrado (Silvio Orlando), uno scienziato che vaticina la catastrofe e incita al cambiamento di abitudini a cui lui per primo non riesce però a rinunciare (Diego Ribon), una donna costretta a turni massacranti in un supermercato per mantenere il figlio ed un marito in pieno delirio da social (Elena Lietti), l’erede di un impero dell’albergazione che cerca di ritrovare un briciolo di etica in una conduzione famigliare volta al profitto (Emanuela Fanelli)...Sono solo le figure principali in un circo di maschere grottesche che vagano disperatamente alla ricerca di conforto, scavano nel passato per fuggire da un presente insostenibile nella speranza di ritrovare una parvenza di felicità.

Ancora una volta Virzì mantiene il proprio cinema a cavallo tra la finezza d’autore e l’ampia accessibilità dell’opera popolare e ancora una volta riesce a scavare nel pessimismo esistenziale per rinvenirvi un barlume di luce. È certamente una visione amara quella proposta dal regista toscano, di nuovo accompagnato in sceneggiatura dal duo Francesco Piccolo/Francesca Archibugi e per la prima volta anche da Paolo Giordano. Un’amarezza che, pur non concedendo una via di scampo pienamente percorribile, mostra quantomeno un’apertura verso delle alternative forme di redenzione. Invisibili all’ombra di un sistema sociale, economico, ambientale sull’orlo del collasso definitivo, le possibilità di rivalsa o pacificazione esistono e trovano il modo di affiorare anche negli antri bui dell’abbandono e della rassegnazione. In questa visione contrastata, ma a suo modo conciliante, risiede il cuore di Siccità.

Un film non esente da cadute di stile, e che soprattutto nella grossolana costruzione dei riferimenti alla contemporaneità riscontra i propri limiti, ma che di questa contemporaneità è anche sintomo inequivocabile. Nella (dosata) deformazione delle ansie che dominano questi anni Venti, nella vacuità desertica del nostro avvenire, Virzì afferma che forse non tutto è completamente perduto. E se la ragione non è più uno strumento adeguato per potersi confrontare con il presente, allora è l’ironia a dover sanare questa frattura e trovare un nuovo contatto.