Jim Jarmusch fin dall’inizio della sua carriera è un cantore della marginalità, sia come luoghi spaziali che come soggettività estranee al vivere sociale per scelta o imposizione. Gli esclusi sono al centro della sua poetica, figure solitarie costrette alla latitanza esistenziale: dai fuorilegge in fuga di Daunbailò al samurai urbano di Ghost Dog, fino allo sfortunato contabile di Dead Man, si potrebbero citare tutti i suoi film seguendo questo fil rouge.
Contemporaneamente tutti i suoi lavori, in un modo o nell’altro, raccontano di spazi extraterritoriali, di luoghi lontani dalla vista e dalla vita. Su questo binario si collocano le suggestioni di Solo gli amanti sopravvivono in cui due vampiri cercano un senso alla propria esistenza in un mondo sul viale del tramonto. Un film in cui Jarmusch trasfigura il genere horror annacquandone l’asprezza e spuntandone gli spigoli, portandolo entro i confini del suo cinema contemplativo.
Adam (Tom Hiddleston) e Eve (Tilda Swinton) sono due figure solitarie, recluse fuori dalla società, ma di cui, allo stesso tempo, hanno visto cadute e resurrezioni; due personaggi estremamente romantici, nel senso letterario del termine. Adam oltre ad essere un vampiro è anche un geniale compositore e musicista, che ha passato dei brani nientemeno che a Schubert, e vive nascosto in una villetta isolata nelle periferia di Detroit. Eve invece vive a Tangeri, dall’altro lato dell’oceano. Nonostante la distanza i due sono sposati e fortemente legati dal desiderio l’uno per l’altra, infatti Eve, in un momento di sconforto di Adam, decide di raggiungerlo.
Non si tratta di vampiri come potremmo immaginarceli: millenni di esperienza li hanno elevati, ricordano più delle divinità (non è un caso si chiamino Adamo ed Eva), degli spiriti buoni che non succhiano il sangue a delle vittime innocenti, ma se lo procurano da quello delle trasfusioni. Anche perché il sangue umano non è più buono. Il mondo costruito da Jarmusch infatti è popolato per la gran parte da umani dal sangue corrotto che chiamano zombie. Umani che hanno inquinato la terra in cui vivono, finendo per compromettere anche se stessi e il proprio sangue. Di fronte ad un mondo al collasso, in cui si fa riferimento anche ad una forte carenza idrica, ad Adam sembra inutile produrre ancora arte e a trascinare in avanti la propria esistenza.
I vampiri crepuscolari di Jarmusch arricchiscono l’immaginario vampiresco di un tassello nuovo, collocandosi, forse, più vicino al Gary Oldman del Dracula di Bram Stoker di Coppola. L’elemento di novità è che questi vampiri non sono figure invincibili, ma sono dei sopravvissuti, degli esseri delicati che non resistono alle brutture del mondo. Sono degli artisti in via d’estinzione, delle monadi che trovano pace solo nel desiderio reciproco, unico motivo non lasciarsi travolgere e lottare per la sopravvivenza. Un desiderio che non è soltanto quello amoroso che li lega insieme, ma è anche la curiosità, il desiderio di conoscere e di creare qualcosa di bello. Desiderio sul quale hanno fondato la propria vita e cercano a faticare di tenere acceso fino alla fine.
Fin dall’inizio del film il regista americano sceglie di sfruttare uno straordinario, e inusuale, numero di plongee che, nelle prime inquadrature, ruotano e si sovrappongono attraverso dissolvenze incrociate, presentandoci i due protagonisti distesi nelle loro camere. Le inquadrature ruotano come un vinile in azione sul lettore e la musica funebre di Adam, che in realtà è degli SQURL, band composta dallo stesso Jarmusch insieme al suo produttore Carter Logan, avvia quella che sarà una sinfonia di musica e immagini tra le strade tortuose di Tangeri e le periferie fatiscenti di Detroit.
I movimenti sinuosi del dolly e le frequenti dissolvenze incrociate accompagnano i dialoghi poetici dei personaggi che vagano come moderni flaneur o discutono dei temi più svariati. Il tutto dà forma ad una suggestiva esperienza sensoriale, resa ancora più avvolgente da una fotografia morbida che gioca sul contrasto tra luci calde e luci fredde.
Ma ciò che si ama di questo film splendido è soprattutto il magnetismo dei suoi protagonisti, il fascino incontrastabile delle loro pose assorte e di imperturbabile superiorità. Jarmusch è riuscito davvero a mettere in scena due divinità, due figura mitiche, due eterni stranieri più umani degli umani.