Con il mondo sull’orlo del baratro, con la terza guerra mondiale alle porte (fuori e dentro lo schermo) Spielberg si interroga su cosa possa salvare l’umanità dalla distruzione. Lo fa condensando nel suo ultimo film, dal profetico titolo Disclosure Day, tutte le domande e tutte le inquietudini che attraversano il suo cinema da cinquant’anni, e aggiungendone di nuove, come nuove sono le risposte a cui il regista ottantenne è arrivato.

Ottantenne sì, ma solo sulla carta, perché Spielberg si dimostra davvero il Peter Pan che è mito fondativo del suo immaginario e suo alter ego ideale: un regista che non sembra invecchiare, che ha il coraggio di rischiare senza dimenticare nessuna delle lezioni dei maestri (Hitchcock in primis), e che mantiene una leggerezza dello sguardo, una capacità di narrare, di emozionare, di spaventare, di coinvolgere lo spettatore, ignota a moltissimi dei suoi giovani colleghi, loro veramente bambini rispetto alla sua abilità di usare le immagini.

 Torniamo alle domande, la prima, la più importante: a chi appartiene la verità? Lo avevamo visto anche in The Fabelamans, la verità è oggetto insidioso, da maneggiare con cura, perché una volta scoperta non si può ignorare, non si può tornare indietro. Come in quel capolavoro del suo film precedente, a svelarla sono le immagini, alla cui forza Spielberg crede ancora fermamente: e questo è già di per se, in tempi di AI feroce e indiscriminata, un potente atto di fede. Insomma, per lui vedere e credere sono ancora due azioni strettamente legate, il nesso non si è dissolto. Bisogna solo riscoprire la capacità di riconoscersi in quelle immagini, di guardarci dentro come in uno specchio.

Anche se la visione passa attraverso gli schermi singoli degli smartphone, è comunque per Spielberg azione collettiva e condivisa. Ci avviciniamo così all’atro tema centrale di Disclosure Day: l’importanza dell’empatia. In questa caratteristica, sempre più atrofizzata e per queste sempre più importante, gli alieni individuano il centro dell’esperienza umana. È il superpotere che regalano alla meteorologa Emily Blunt (strepitosa): nel momento in cui guarda qualcuno negli occhi,

Margaret Fairchild (nomen omen) è in grado di rispecchiarsi completamente nell’altro, di sentire quello che lui sente, di rivivere le esperienze che l’altro ha vissuto. Un potere, mai come in questo caso, pieno di responsabilità, molto più di quello di qualsiasi eroe Marvel o DC. Perché l’empatia non è certo indolore, sollecita i nostri traumi e somma al nostro dolore quello di chi ci sta davanti; ma è solo attraverso questo processo di identificazione che possiamo fermaci prima di fare del male al prossimo.

La conoscenza non può scalfire neanche la fede religiosa. Pensarla diversamente dimostra, come dice una suora nel film, poca fede nell’umanità più che poca fede in Dio. Spielberg questa fede l’ha sempre avuta, e il suo cinema è costellato di grandi sognatori, ragazzi e adulti dallo sguardo bambino (non da ultimo il suo Lincoln) che credono nell’umanità e rappresentano la parte migliore di essa. Ma nelle fiabe spilberghiane, come in tutte le fiabe che si rispettino, il male esiste eccome. Spielberg ci mette in guardia dai falsi profeti, da chi, con la scusa di volerci proteggere invocando un bene superiore, nasconde, filtra, altera la verità.

Nixon e la sua presidenza si confermano per il regista uno spartiacque nella coscienza americana, il momento, se non dell’inizio delle menzogne, del loro uso sfacciato per scopi personali, per l’esercizio arrogante del potere: lo pensava già nel 1974 quando, con il Watergate alle porte, mostrava l’ottusa cupidigia politica del sindaco affarista dello Squalo, il cui desiderio di insabbiare la verità, ammantato di false buone intenzioni, voleva proteggere nient’altro che il proprio interesse. Come e più che in The Post, dunque, in Discloure Day rivelare la verità è una azione coraggiosa e non priva di pericoli, che però va fatta ad ogni costo. Perché la verità appartiene a tutti e sono le bugie a fare molto più male.

Grande film d’inseguimento on the road come Duel e Sugerland Express, messianico come E.T. e Incontri ravvicinati del terzo tipo, Disclosure Day si dimostra il più politico dei film di Spielberg, quello dove, senza filtri temporali, senza passato e futuro a fare da margine e metafora, il presente ci colpisce in pieno, ci scuote dal torpore che la violenza reale ha creato in noi, ridando alle immagini il loro giusto valore: è così che le torture e i corpi martoriati degli alieni si sovrappongono agli orrori che vediamo tutti i giorni arrivare da ogni parte del mondo; è così che la rivelazione di una verità immaginata ci fa riscoprire l’importanza della vera verità.

Ed è così che gli alieni di Spielberg – per loro stesa definizione qualcosa “di altro” rispetto a noi – spingono nell’essere umano quello che di più umano c’è in lui, aiutandolo attraverso il linguaggio universale della matematica e quello universale delle emozioni a capirsi e a riconoscersi. A credere a quello che vede, e, alla fine, a mettere in campo l’azione più rivoluzionaria che ci sia: ascoltare.