Unica opera italiana ad ottenere riconoscimenti alla 83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, nella Sezione Orizzonti, I figli della scimmia (2025) è la prima prova di lungometraggio narrativo di Tommaso Landucci, al suo esordio con un film sulla rappresentazione della genitorialità dopo il documentario Caveman, il gigante nascosto (2021), che dimostra una certa grazia nella scrittura e nella resa registica. La sceneggiatura del film, firmata assieme a Damiano Femert e premiata a Venezia, aveva già vinto il Premio Solinas 2021 e il Grand Prize al Sam Spiegel International Film Lab.

Si tratta di uno sguardo dolce, protettivo, indulgente del regista sulla paternità, in cui il tema della disabilità è trattato in maniera trasversale senza mai scivolare in melodrammatiche forme di pietismo. Il messaggio che trapela è molto chiaro: non ci sono genitori supereroi ma esseri umani che sperimentano una condizione imprevista, una paternità "speciale", chiamata a confrontarsi quotidianamente  con una routine a volte massacrante e vissuta all’interno di una circolarità di rapporti familiari i cui equilibri sono retti da fili invisibili e impercettibilmente collegati tra loro, ma pronti a saltare in aria se affiora un umano bisogno di evasione.

Nella monotona normalità di una famiglia della media borghesia piemontese Dario (Riccardo Scamarcio, premiato come miglior attore protagonista) è un padre dedito alla cura amorevole di Enrico, un bambino disabile. Lo slittamento delle sue attenzioni dal figlio tetraplegico al nipote Giacomo, il figlio adolescente di suo fratello e il crescente legame con quest’ultimo portano Dario a sperimentare piccole complicità come la passione per la moto con il figlio “ideale” che avrebbe voluto avere, e ad assumere il ruolo del padre che sarebbe potuto essere, liberato dall’onere dell’accudimento.

Una storia familiare apparentemente delimitata diventa così una riflessione universale sull’essere padre con un sottotesto psicologico, sulla cura e sul desiderio di una normalità possibile, narrata con discrezione attraverso un approccio registico essenziale sorretto dalle scelte stilistiche davvero azzeccate realizzate dal direttore della fotografia Guido Michelotti, che con un lungo lavoro preparatorio durato circa cinque anni ha lavorato in sinergia col regista che gli ha fornito le suggestioni visive che desiderava trasmettere al pubblico.

Come ha dichiarato Michelotti, per rendere quella strana sensazione di sospensione che pervade tutto il film si è scelto di girare in pellicola 16 mm, la cui grana e il colore inusuale imprimono alle immagini una consistenza atmosferica che conferisce alla storia un’aria atemporale e quasi retrò, in stile home movies, dove la contemporaneità indietreggia e lascia intravedere la dimensione potenzialmente universale della vicenda.

L’utilizzo della luce naturale in  stile pacatamente domestico porta lo spettatore direttamente dentro la quotidianità di una famiglia di provincia; con la scelta delle ottiche, del tipo di pellicola, degli oggetti di scena e della palette dei colori e soprattutto con il ricorso insistito alla macchina da presa fissa, Landucci  sceglie il punto di vista e crea una distanza osservativa utile a raffreddare l’emozione, consentendo al pubblico di entrare delicatamente nelle vite dei personaggi presenti nelle inquadrature rappresentate in formato 4:3, volutamente utilizzato per restringere il panorama e concentrarsi sui singoli soggetti e sulle loro vicende.  

L’operazione meritoria di questo lavoro è dunque l’utilizzo della maestria tecnica messa al servizio dell’idea di fondo del regista: la sospensione del giudizio verso tutti i personaggi per esplorate le variabili dell’umanità con uno sguardo indulgente e scevro da stereotipi o doveri morali.