L'urlo, la mano che lo soffoca, l'ancestrale tripudio di percussioni, la vita soppressa, l'esistenza torturata, infine il dettaglio scabroso, traumatico, il feto morto, ma anche il simbolo religioso dietro cui proteggere il proprio senso di colpa. Tutta la degradazione dell'umano, della sua sacralità, è resa con la più impudica efferatezza in una pellicola che, almeno nel primo rullo, appare essa stessa degradata, ipersatura di contrasti e sensazioni, percorsa da una luce bianchissima che acceca la ragione di Kuala.

Ora la giovane vaga vestita di stracci a minacciare il decoro pubblico, l'armonia sociale, quel pakikisama su cui si regge la società filippina. Torturata nel privato, sprofondata ora nella follia pare mossa da un oscuro desiderio di vendetta: invade lo spazio comunitario, sotto il costante sguardo e chiacchiericcio dei benpensanti che, tenendosi a distanza, cercano di isolarla, di alzare barriere, di rafforzare quell’apparenza di rispettabilità che rimuove ogni interrogativo sull’origine sociale e sul preciso carnefice della sua condizione.

Piuttosto che ricostruire a ritroso la genealogia di un singolo trauma, Brocka analizza il processo di marginalizzazione dell'anormale grazie al quale la comunità rinsalda il proprio patto sociale. Si torna così a Griffith, ai principi su cui si fonda una collettività, alla legge divina: Antico Testamento, Daniele, capitolo 5, “Tekel: tu sei stato pesato sulle bilance e sei stato trovato insufficiente” (da cui il titolo internazionale del film). Parole accuratamente selezionate e proferite dal parroco alla porzione più rispettabile della popolazione che la domenica si raduna a messa. Eppure, malgrado le apparenze (la ricorrente effige dietro cui si riparano), Kuala sembra essere la creatura più prossima al Cristo, sotto la cui statua si addormenta dopo aver scavalcato una recinzione.

Anche i figli dei rispettabili fanno fronte in questa guerra al decoro: abbandonano la funzione, trasformano una veglia funebre in un party, si bagnano in acque sporche. Ma questa ribellione è evidentemente pensata come un esercizio immaturo dell'essere adulti, perché anche i loro padri si sporcano (tradiscono le mogli), ma lontano dagli sguardi e dal chiacchiericcio, in spazi privati concepiti apposta per preservare intatta la propria rispettabilità. Qualcosa scatta in Junior quando, di soppiatto in un locale per adulti, scorge il padre insieme all'amante, quando viene introdotto al sesso dall'emarginata figlia illegittima del sindaco. Comincia così la sua iniziazione alla vita bastarda.

Non meno bastardo è il cinema di Lino Brocka. Il regista filippino ordisce la sua rivolta dall'interno attraverso un'attenta analisi dell'organizzazione spaziale e discorsiva della comunità, per poi infrangere l’armonia dello spettatore con dettagli di feroce crudezza, si pensi alla scena in cui Kuala urina durante la veglia-party. Ma allo scabroso si accompagna il tenero, e viene così aggiunto un quarto 'anormale', il timido lebbroso Berto, il cui innocente accudimento di Kuala diventa lo scandalo più intollerabile per la popolazione rispettabile. Fuori dal perimetro della comunità, sembra nascere una piccola comunità di mutuo soccorso fra esclusi. Sarà allora dovere dei benpensanti violare, questa volta loro, gli spazi altrui, per riaffermare il decoro e rinsaldare il legame sociale.

C’è un che di sacrale nel silenzio, appena punteggiato dalle prime parole coerenti proferite da Kuala, che accompagna il martirio finale. Ogni discorso con cui la popolazione tentava di legittimare la propria azione escludente viene sospeso; domina l’azione, un gesto, infine, autenticamente cristiano, di chi non ha bisogno di proteggersi dietro un’effigie né di rivendicare la parola divina, ma soltanto di incarnarla.