“Sono il Carmelo Bene del ventunesimo secolo”, afferma Franco Maresco con il consueto e riconoscibile tono caustico, nelle fasi iniziali del suo ultimo film. Un film che è una bugia, presentato come il naufragio di un’opera fittizia dedicata al grande drammaturgo e arenatasi a causa dell’incapacità dell’autore di adeguarsi ai vincoli imposti dalla produzione. Dall’altra parte, invece, il produttore Andrea Occhipinti viene accusato di “filmicidio”, di rendere impossibile il lavoro di Maresco, il quale si trova costretto ad ammettere che forse il cinema non è più un luogo ospitale per la sua inquietudine.
È attraverso questa parossistica reiterazione di cortocircuiti metanarrativi che prende vita il quinto lungometraggio del regista palermitano. Un’ulteriore anomalia linguistica, l’ennesimo gesto anarchico con il quale Maresco cerca di scendere a patti con l’intento frustrato di trovare una capacità espressiva attraverso le forme canoniche del cinema italiano. Una voce dissidente che però ingloba il contesto circostante per farsene beffa con sprezzante sarcasmo e renderlo materia filmabile. Un film fatto per Bene, titolo leggibile con un duplice significato, diventa dunque un documentario su un film mai realizzato.
Un’opera di ricostruzione filmologica che parla del suo stesso realizzatore, scomparso e introvabile, il quale dietro di sé ha lasciato solo un lavoro incompiuto, una macchina da presa alla disperata ricerca del suo padrone e un amico, Umberto Cantone, voce narrante e filo conduttore tra Maresco e il suo film fantasma. In questa cornice esasperata, si rinvengono ancora gli elementi tanto cari all’autore sin dai tempi di Cinico TV: lo scherno sguaiato nei confronti dell’omertà e dell’ignoranza, il disprezzo verso la deriva volgare dell’ambiente culturale italiano e la totale incapacità di trovare una conciliazione “con la vita e con il mondo”.
Ad essere oggetto di bersaglio non sono solamente i costumi e gli aspetti più abbietti e sfacciatamente dozzinali dell’italianità, ma anche l’ipocrisia di coloro che vorrebbero elevarsi a paladini della cultura senza esserne apparentemente degni. In tal senso colpisce l’esilarante ferocia con cui il critico cinematografico Francesco Puma viene sbeffeggiato nel suo tentativo di avere una parte come attore nel film senza titolo di su Bene.
Un film di cui resta solo una traccia, alcune scene che vedono in azione degli attori incapaci, ma che, per quanto fallimentare, alla fine saremmo desiderosi di vedere ultimato. Perché nei mostri di Maresco, oltre lo schermo di giudizio da cui vengono filtrati, o forse proprio in virtù di esso, è possibile scorgere la desolazione di uno spazio culturale che ci appartiene. Quella di un Paese in cui girare un film ispirato ad uno degli artefici della neoavanguardia teatrale costituisce un atto di martirio. Un Paese di cui possiamo permetterci di ridere solo nel momento in cui le maschere portate in scenda risultano talmente deformate da celare la loro vera identità.
La terribile verità, però, è che quando ridiamo dei personaggi di un film di Franco Maresco stiamo ridendo di noi stessi, presi in giro dallo sguardo ossessivo e indomabile di un autore latitante che non conosce limiti; in grado di posizionarsi da ogni lato della camera, introvabile e onnipresente. Un autore dal quale è impossibile fuggire, perché può essere ovunque, narratore in grado di colpire da qualsiasi angolazione e la cui arte satirica non risparmia nessuno, nemmeno suo stesso pubblico.