Sergio Pio Sasso
“Il deserto dei Tartari” e lo sguardo (dis)illuso di Zurlini
Il regista si sofferma meta-linguisticamente sui limiti dell’umano sguardo (e del cinema): il cannocchiale che punta su sorprendenti epifanie ma restituisce ambigui scenari, il cavallo bianco che improvvisamente appare e poi si dilegua in un paesaggio polveroso, una donna che si allontana e rimane irraggiungibile. Vedere significa vivere un’illusione: ogni segno è un vano rimando. L’orizzonte è sempre oltre, e la verità (s)fugge.
Speciale “Eyes Wide Shut” – L’ultima sciarada di Kubrick
Kubrick firma un testamento cinematografico che chiude il Novecento (al ritmo del valzer di Sostakovic) e apre alle inquietudini del nuovo millennio, con invitanti e luttuosi rituali di un “eterno ritorno” che però, a differenza di Nietzsche, non è ri-affermazione della volontà di potenza e accettazione degli eventi come necessità (Amor Fati) ma un’esperienza ossessiva e raggelante che non concede vie di fuga, una violenta coazione a ripetere, un incubo a occhi (chiusi) spalancati (la “meccanica” Cura Ludovico era enunciativa).