Il più noto personaggio nato dalla penna delle sorelle Giussani, Diabolik, ha avuto un’influenza talmente ampia e immediata da generare un intero fenomeno editoriale: il fumetto nero all’italiana, da cui il cinema attinse prontamente.
Era da poco uscito il decoroso Kriminal di Umberto Lenzi quando il produttore Dino De Laurentiis riuscì ad avviare la realizzazione di Diabolik con un budget risicato rispetto ai suoi soliti standard. La regia viene quindi affidata a Mario Bava, maestro degli effetti speciali quanto di economia sul set.
Il successo pecuniario della pellicola fu insoddisfacente ma non tragico, anche perché Bava riuscì a non usare neppure tutti i fondi disponibili. Negli anni Diabolik si è guadagnato lo status di film di culto, come molte altre opere dell’autore sanremese.
La mano di Bava effettivamente si fa sentire, benché ne manchi lo spirito. Pare che già in fase di scrittura De Laurentiis abbia fatto smorzare le sequenze violente e magari senza questi interventi Diabolik sarebbe somigliato di più a Operazione paura che a Barbarella. Nessun adattamento cinematografico di un fumetto nero ha mai di fatto potuto mantenerne i contenuti espliciti, probabile motivo per cui ebbero meno successo degli originali su carta.
Ritrovatosi dunque senza poter disporre del suo arsenale granguignolesco, Bava costruisce un giocattolo, una divertita esibizione di perizia tecnica fine a sé stessa, la definizione di film per spegnere il cervello. La trama è frammentaria al limite dell’episodico e lo sviluppo psicologico dei personaggi inesistente, come se appunto fossero bloccati nell’eterno presente di un fumetto.
Diabolik è un edonista che agisce solo per sfidare l’avversa sorte, dimostrarsi al di sopra della legge e dei suoi tutori, e le sue brevi avventure autoconclusive non brillano certo per tensione narrativa. Non c’è quindi alcun motivo per empatizzare col personaggio né coinvolgimento nelle sue improbabili imprese.
È stata unicamente l’impressionante realizzazione tecnica a rendere Diabolik un cult. Fra colori acidi e riprese psichedeliche, costumi e arredi ultrapop, l’impatto visivo della pellicola è spiazzante dalla prima all’ultima inquadratura e non ha nulla da invidiare a opere lisergiche di tutt’altro budget, come Tommy. All’azzeccato colpo d’occhio si aggiunge la regia di Bava, meno brillante che altrove ma capace di impreziosire la scena con trovate grottesche e divertenti.
Meriterebbero infine una trattazione a parte le prodezze messe in campo da Carlo Rambaldi e dal regista per realizzare gli effetti speciali. Su tutte la più famosa e sconvolgente riguarda la caverna segreta di Diabolik: era in realtà vuota, e tutto ciò che si vede nella scena dell’ingresso in automobile nella tana è un assemblaggio di pezzi di vetro e fotografie.
Scanzonato, farlocco e barocco, Diabolik rimane un film irresistibile per la sua capacità di mentire, di rendere (in)credibile una sequenza di trucchi e prese in giro che, dopotutto, è una delle ragioni d’essere del cinema stesso.