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“Diabolik” scanzonato e barocco

Il più noto personaggio nato dalla penna delle sorelle Giussani, Diabolik, ha avuto un’influenza talmente ampia e immediata da generare un intero fenomeno editoriale: il fumetto nero all’italiana, da cui il cinema attinse prontamente. È stata l’impressionante realizzazione tecnica a rendere Diabolik un cult. Fra colori acidi e riprese psichedeliche, costumi e arredi ultrapop, l’impatto visivo della pellicola è spiazzante dalla prima all’ultima inquadratura e non ha nulla da invidiare a opere lisergiche di tutt’altro budget, come Tommy.

“Diabolik, chi sei?” e lo svago cinefilo

Se il ritmo non sempre regge, se la tensione a volte latita, se non mancano ingenuità e scivoloni, lo si perdona volentieri ai Manetti, prendendo in cambio il divertimento analogico d’antan, il gioco dei cameo, lo svago citazionista che regala questo fumettone bidimensionale e stilizzato. Ma d’altro canto il fascino di Diabolik, sempre uguale a se stesso, non è un po’ anche questo?

“Diabolik” e il fotogramma come fumetto

I fratelli Manetti dipingono una versione degli anni Sessanta che guarda ai grandi maestri del cinema, da Mario Bava a Dario Argento e soprattutto Alfred Hitchcock, diversamente da come lo avrebbe fatto un manierista come Luca Guadagnino. Decidono infatti di inquadrare gli attori e le atmosfere con uno sguardo fumettistico. Questo Diabolik non vuole essere un film tratto da un fumetto, ma sembra quasi voler continuare ad essere un fumetto. E sla “lentezza” della narrazione che in molti stanno criticando negativamente è per i Manetti una scelta nella resa dell’immagine di voler catturare quel momento e imprimerlo in fotogrammi come se fosse disegnato e stampato su carta.