L’esordio cinematografico di Brady Corbet, liberamente ispirato al racconto omonimo di Sartre, è un’epopea fantapolitica che narra l’infanzia in tre atti di Prescott, figlio di un diplomatico statunitense che si stabilisce con la famiglia a Parigi per adempiere ai lavori del Trattato di Versailles. Oppresso da una madre fervente cattolica e vessato dall’autoritarismo paterno, Prescott vive un’infanzia di prevaricazioni che si ripercuoteranno, a distanza di molti anni, sul mondo intero, gettandolo tra le tenebre dell’autocrazia.

Velato di oscurità e presagi totalitaristici, The Childhood of a Leader materializza i fantasmi del secolo crudele attraverso un orrore concentrico e una violenza ottenebrante. L’allegoria della tirannide, tra il sacro (croci e preghiere salvifiche) e l’iconoclastia (pietre scagliate contro emissari eletti e nudità perverse), si traveste da bildungsroman carico di umori sacrileghi, con un impianto dialogico affilato e lo scatenarsi improvviso di vibrazioni sotterranee portate in superficie dalla fragorosa e incalzante colonna sonora di Scott Walker: le fanfare luttuose, l’elettronica e i cluster orchestrali scandiscono quei “temi grandi su tela larga” che Brady Corbet ha sempre avuto in mente per raccontare il trauma dell’individuo e della Storia.

The Childhood of a Leader è il “ritratto” allegorico del crudele secolo novecentesco, così come Vox Lux (2018) è stato definito dallo stesso regista un’istantanea del primo ventennio del XXI secolo, una favola ansiogena che è conseguenza di ciò che viene annunciato in modo impetuoso dal racconto di (de)formazione di Prescott; l’epos dello sradicamento, nella decostruzione del sogno americano in The Brutalist (2024), segna poi inevitabilmente il continuum della scossa tellurica che ha deturpato le società di tutto il mondo, partendo da quella oltre Atlantico.

La segregazione autoinflitta di Prescott e l’esibizione dei suoi capricci, dei vezzi narcisistici e degli scatti d’ira del ragazzino che danno il nome ai tre capitoli – tra un’overture e un epilogo -, compongono la tela filmica che sembra guardare alla ritrattistica barocca di metà ‘600 – con i volti che aprono finestre sulla psicologia dei personaggi e le silhouette marmoree che risaltano su un impasto luministico – mentre lo stile frenetico, con i vorticosi movimenti della macchina da presa e le panoramiche a schiaffo, conferisce un’estasi perturbante e imprime forza ad un’azione che risulta compressa all’interno degli spazi bui della villa fuori Parigi.

Le prime cellule di un potere soggiogante vagano così per i corridoi gotici dell’edificio come schegge impazzite, prendendosi gioco del sacro e dell’auctoritas genitoriale e preconizzando, attraverso incubi lynchani di luoghi inospitali e asettici, una prossima, nuova era di decadenza barbarica. Attraversato da un’atmosfera allucinata e da un tetro onirismo, The Childhood of a Leader non concentra la sua attenzione solo sulla psicopatologia di un leader, ma si rivolge alla materia fredda e spigolosa di cui è composto l’animo umano, un amalgama di contraddizioni e ipocrisie che Haneke, maestro dichiarato di Corbet, ha svelato in quel tragico “teatro della crudeltà” artaudiano.

Dialogando a distanza con Lanthimos e la sua anestesia sentimentale, Corbet ha concepito una perturbazione esistenziale costruita attraverso un rigore formale ineccepibile che disturba lo spettatore, lo scuote e lo mette di fronte a una violenza esibita, autoreferenziale, di cui è inevitabilmente complice.