Noto ai più per le sue caustiche commedie di costume, Pietro Germi è stato anche un finissimo autore di melodrammi e noir, in alcuni casi intrecciando efficacemente i due generi. Difatti il cineasta ligure esordì proprio con il dramma gangsteristico Il testimone a cui fecero seguito Gioventù perduta e In nome della legge, appartenenti al medesimo filone.
Nel 1951 esce La città si difende, film dal percorso realizzativo abbastanza articolato per quanto riguarda l’unità di regia. Il soggetto viene scritto da Federico Fellini, Tullio Pinelli, Pietro Germi e Luigi Comencini e quest’ultimo avrebbe dovuto inizialmente dirigere la pellicola, ma essendo già impegnato nella lavorazione di Persiane chiuse (altro poliziesco del periodo), la proposta viene fatta all’esordiente Gianni Puccini, proveniente dalla critica.
Puccini declina (non sentendosi probabilmente adatto) e a quel punto viene chiamato in causa Germi, il quale accetta prendendo piena paternità dell’opera e firmando (oltre che il soggetto iniziale e la regia) anche la sceneggiatura, in collaborazione con Fellini, Pinelli e Mangione.
La città si difende è un ottimo esempio di noir/mélo alla Germi, in cui affiorano prepotentemente i lasciti neorealisti (fame, miseria, arte d’arrangiarsi) sottolineati dalle riprese per le strade periferiche, sui tram e nelle trattorie, luoghi in cui si respira l’odore di povertà del secondo dopoguerra.
Germi non si limita certamente a rimaneggiare i luoghi comuni tematici ed estetici della tramontante corrente neorealista, ma vi inserisce elementi da poliziesco americano come la secchezza narrativa tipica del gangster movie e un’illuminazione a tratti chiaroscurale (bianco e nero di Carlo Montuori), che riproduce una certa ambiguità di luci e ombre presente nei noir statunitensi.
La città si difende è un perfetto esempio di melodramma sentimentale e sociale, la cui vicenda si apre con un furto ai danni di una associazione calcistica ad opera di quattro poveracci, inesperti rapinatori. Da quel momento seguiamo le vicende dei quattro uomini, dei loro rapporti sentimentali e familiari e di come vengono progressivamente messi in crisi questi legami a causa del misfatto compiuto e dai conseguenti sensi di colpa.
Nel cast tra gli interpreti maschili spicca un sofferto e intenso Paul Müller , mentre nel comparto femminile ricordiamo Gina Lollobrigida non ancora icona del neorealismo rosa. Tensione morale altissima (come sempre nei melodrammi germiani) che culmina nel disperato finale in cui Alberto (il più giovane del quartetto di rapinatori) minaccia di gettarsi dal tetto, per poi decidere, per amore di sua madre, di arrendersi consegnandosi alla giustizia.