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“Giovani madri” tenere, laiche, disarmate

Con un soggetto così insidioso, il rischio di scivolare nel dramma e nella retorica sociologica era dietro l’angolo, ma il cinema dei Dardenne è un cinema che riesce a mantenersi pulito, scegliendo di focalizzarsi sulla narrazione e sull’intimità dei personaggi. È un cinema che scarta ogni consolazione per abbracciare un’idea più radicale: la possibilità di trasformare, di rinascere attraverso la speranza. Con un gesto tenero, laico, disarmato i Dardenne ritrovano il senso più profondo del cinema. 

“Tori e Lokita” di rigore bressoniano

Dopo quaranta anni di carriera e due Palme d’oro, i Dardenne continuano a proporre il proprio “cinema senza stile” consapevoli della necessità di far esistere questi corpi marginalizzati e disconosciuti. Si possono notare negli anni differenze come il sempre maggior impegno nella scrittura che ha messo in secondo piano il lavoro d’improvvisazione e sperimentazione sul set. L’inquadratura in semisoggettiva non è più nervosa come un tempo, eppure rimane costante il rigore dello sguardo.

“Sola al mio matrimonio” e la lezione di Fatih Akin e dei Dardenne

Laddove La sposa turca disvelava allo spettatore e ai suoi protagonisti la nascita di un amore paradossalmente non consumato fra coniugi uniti da una mera convenienza formale, vitale lei e disperato lui proprio come Pamela e Bruno, e laddove Il matrimonio di Lorna sorprendeva per la capacità di empatia di una donna verso un fragilissimo tossicodipendente in un mondo disumanizzato, nessun aspetto di altrettanto rilievo ed interesse emerge in modo netto in Sola al mio matrimonio. Peccato, perché il ritratto femminile di Pamela offre comunque sussulti non banali: il desiderio di un uomo che le porti rispetto, la disponibilità ad un salto nel buio alla ricerca di qualcosa di meglio, la necessità di sentirsi desiderabile, la malinconia e la colpa che affiorano in fugaci sequenze oniriche.