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“Prima pagina” e il senso di Billy Wilder per la commedia

Prima pagina è la terzultima opera di Wilder, prima di Fedora e Buddy Buddy, un’epoca in cui il regista ha già abbracciato definitivamente il colore, mantenendo una cura certosina nella fotografia dal gusto vintage: un film significativo innanzitutto nella misura in cui testimonia la caparbietà del regista nel non farsi influenzare dalle correnti della New Hollywood, sempre più dominanti nel cinema americano degli anni Settanta, per proseguire con successo una riproposizione – anche se rinnovata – dei modelli classici.

L’arte del mentire. “Prima pagina” e il concetto di replica

Tratto da una commedia di Ben Hecht e Charles MacArthur, Prima pagina è il remake di due film, The Front Page (1931) di Lewis Milestone e La signora del venerdì (1940) di Howard Hawks, ed è apparentemente fondato sul concetto di replica: ennesima coppia maschile e secondo incontro wilderiano tra Jack Lemmon e Walter Matthau, rievocazione della Chicago del ’29, altra variante sul giornalismo dopo L’asso nella manica. Ma soprattutto un altro racconto sulla paura della morte da risolvere in un gioco tra realtà e finzione ove Wilder rende definitivamente il tributo al maestro: come accade in Vogliamo vivere!, si celebra l’arte del mentire ai danni del potere.