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Elvis Special – Tra limite e potenza del biopic

Pur premendo l’acceleratore su alcuni tòpoi come il ricorso alla voce narrante, l’uso di vibranti cromatismi e la predilezione per il côté melodrammatico a discapito dello scavo psicologico dei personaggi, rispetto alle stravaganze kitsch cui aveva abituato il pubblico con Moulin Rouge! (2001) e con Il grande Gatsby (2013) questo lavoro appare più addomesticato, forse per timore reverenziale, sicuramente più vicino alle atmosfere da kolossal di Australia (2008). Seppur levigato, Elvis straborda comunque dai confini, sfreccia colorato come un trottola su un rettilineo prevedibile, focalizzandosi sul volto, sugli outfit e sulle pose di questa divinità dello showbiz.

Elvis Special – Il godimento della colpa

Come dice il Colonnello, l’attrazione più grande è quella che ci fa sentire in colpa nel momento stesso in cui ne godiamo. Motto che potrebbe valere per tutta l’opera di Luhrmann, il cui sfrenato postmodernismo camp ha continuamente flirtato con l’eccesso, l’ostentazione superficiale e il cattivo gusto. Intanto proprio la figura di Parker, il grande illusionista che lancia e poi distrugge Elvis, consente al regista di ritagliarsi uno spazio per riflettere wellesianamente (citazioni a Quarto potere, La signora di Shanghai, F for Fake) sul potere ambiguo dello spettacolo, sul legame faustiano fra arte e profitto.