Forse ci stiamo facendo prendere la mano dai paralleli che tracciamo tra la vita di Barbara Stanwyck e i personaggi che lei incarna sul grande schermo. Le umili origini, la voglia di riscatto sociale, la condizione di donna lavoratrice, spesso in ambigui contesti nell’ambito dello spettacolo, la continua trasgressione delle aspettative di genere dettate dalle convenzioni sociali costituiscono altrettanti punti di contatto tra la vita della diva e quella dei personaggi che lei interpreta nei generi più diversi, dalla commedia al melodramma e al noir.

Non si tratta, tuttavia, di un rispecchiamento puro e semplice che porterebbe all’ingenuo automatismo dell’attrice brava ad interpretare ragazze lavoratrici perché questo lei era, quella naturalness per cui Stanwyck veniva spesso lodata nelle recensioni. Invece, siamo in presenza di un continuo processo di costruzione di una maschera sul volto e sul corpo di Barbara Stanwyck.

Film dopo film, aggiungiamo un tassello, un dettaglio (la cavigliera di Fiamma del peccato) o un vestito – vere e proprie creazioni di moda più che semplici costumi – che ci portano a problematizzare l’immagine di Stanwyck dalla volgarità di Stella Dallas e Phyllis Dietrichson al glamour di Lady Eve e della stilista Norma Miller in Avrei dovuto sposare un’altra (There’s Always Tomorrow, 1957) di Douglas Sirk. Altro che naturalezza, quindi; le nostre aspettative sul comportamento della diva e dei suoi personaggi sono continuamente messe in discussione, attraverso un’attenta costruzione che va ben oltre il dato biografico.

Prendiamo il caso di La confessione della signora Doyle (Clash by Night, 1952) di Fritz Lang. Dopo una lunga sequenza introduttiva che ci mostra una fabbrica ittica della cittadina di Monterey, Mae Doyle (Stanwyck) compare sullo schermo con una valigia. Il suo è chiaramente un ritorno: una prima contravvenzione alla persona Stanwyck che solitamente lascia il posto d’origine all’inizio dei film, celebrando l’idea americana di mobilità sociale. Ma, ancora di più, sorprende lo sviluppo di Clash by Night. Mae non cerca lavoro ma un uomo che le dia stabilità: è una donna sconfitta che è tornata a casa perché, come afferma lei stessa, “non ha più altri posti dove andare”.

Trasferitasi a casa del fratello Joe che sta insieme a Peggy, uno dei primi ruoli significativi per Marilyn Monroe, Mae presto trova nel principale di Joe, Jerry D’Amato (Paul Douglas), un devoto pretendente che è però totalmente incapace di comprendere il tormento e le contraddizioni della donna per cui la sfera domestica saturata dai soli ruoli di moglie e madre costituisce una vera prigione.

Mae inizia a progettare l’evasione da queste costrizioni e trova un focoso complice in Earl Pfeiffer (un efficace Robert Ryan), migliore amico del marito. Qui, come in Amore sublime (Stella Dallas, 1937) e Desiderio di donna (All I Desire, 1953), si inserisce il tema della maternità negata: tema che viene mutuato e mascherato dalla biografia della diva, orfana di madre e, a sua volta, protagonista, dopo un’amara battaglia legale con il primo marito Frank Fay, dell’abbandono del figlio adottivo Dion.

La confessione della signora Doyle non ha bisogno di mettere in scena processi per battaglie legali o virate verso il delitto tra i due contendenti: Mae anticipa tutto, prima lascia il marito e rinnega la figlia, ma, in un ripensamento dell’ultimo minuto, decide di rimanere la signora e la mamma D’Amato. Se questo sembra un compromesso con la morale del tempo, compromesso che la stessa Stanwyck non è stata disponibile a fare nella sua vita, dobbiamo considerare che Fritz Lang dedica pochi minuti a questa posticcia riconciliazione e un film intero a spiegare perché questo non può considerarsi un happy end.