Che il cinema di Pietro Marcello fosse senza tempo, più che fuori dal tempo, lo si intuiva dai suoi primi vagiti. E non serve tornare con la mente ai cortometraggi d’esordio, ma a quel bellissimo viaggio in treno intitolato Il passaggio della linea (2007), precedente ai trionfi de La bocca del lupo (2009) e già carico di tutti i segni che hanno affermato la sua visione disarmante e gentile. Ecco, se Martin Eden (2019) è servito a far conoscere Marcello in ambito internazionale e “mainstream” (per brevità chiamato), l’aspetto che colpisce della sua intera filmografia è questa costanza nell’osservare l’orizzonte con grazia antica, consapevole della ferocia del presente.

Pietro Marcello sta al cinema italiano contemporaneo come l’irriducibile difensore di una certa malinconia dell’anima, una sorta di saudade (o di appucundria, giusto per richiamarne le radici). Come una canzone di Jobim, il suo è l’approccio di un navigante che nel passato trova gli strumenti per issare le vele verso il futuro, piegando le onde del presente alle necessità del suo linguaggio.

Di primo acchito, L’Envol — presentato alla Quinzaine di Cannes 2022 e oggi approdato alla Festa del cinema di Roma — sembra recuperare le redini creative di Martin Eden. Dopo aver costruito “ponti mobili” tra documentario e finzione, Marcello riprende il suo recente lavoro sul romanzo affrontando Le vele scarlatte di Aleksandr Grin: un altro tempo (gli anni ‘20 del ‘900), un altro spazio (la Francia rurale), quasi a voler testare limiti e possibilità del verosimile.

Ed è un rapporto ambiguo, quello tra Martin Eden e L’Envol (che prende il nome del romanzo nella versione italiana), proprio perché i film sembrano co-esistere in un sistema di affinità-divergenze. Laddove Marcello trasformava e rivendicava l’identità geografica del Martin Eden di Jack London muovendosi in modo sfacciatamente anacronistico, per Le vele scarlatte predilige un contesto temporale ben connotato, lasciando volutamente indefiniti i contorni spaziali. Una prova di commutazione che si palesa ancora come tradimento e salvezza del film storico: lontano dall’archetipo e dritto al cuore dell’opera. 

Si parte dal racconto, che vede un reduce della Grande Guerra, Raphaël (uno straordinario Raphaël Thiéry), gettarsi anima e corpo nel suo lavoro da artigiano e nell’educazione della figlia Juliette. Quella di Raphaël è un’educazione emotiva, dettata dal dolore per la perdita della moglie Marie, vittima — e qui sta la prima diserzione rispetto al testo d’origine — di una fine ben più tragica e violenta di quanto già immaginato. La coltivazione attiva delle sensibilità di Juliette (Juliette Jouan) la rendono una ragazza intelligente, vispa e felicemente emarginata, proprio come suo padre: entrambi vittime di un mondo che condanna l’étranger (inteso al contempo come straniero ed estraneo) e assolve per osmosi chi si adegua al branco.

Mentre Raphaël compie miracoli con le sue mani, Juliette compie miracoli con la mente. Negli anni resta accanto al genitore per amore, in quella piccola corte dei miracoli fatta di natura, musica e colori (una sorta di oasi matriarcale “capeggiata” dalla volitiva vicina di casa). Juliette sogna, circondata da barchette, aeroplani e girandole in legno (quanti richiami al logo dell’Avventurosa!), suona e canta di evasioni. Ma il suo restare confinata non rappresenta un sacrificio: è educarsi all’attesa del cambiamento.

Che è poi la rottura degli equilibri rappresentata da Jean, l’aviatore (Louis Garrel), atterrato non per “salvarla”, ma per definire il canto d’addio al mondo antico. È l’uomo moderno, tormentato, fragile e disorientato: un personaggio che si contrappone alla durezza storica di Raphaël e del suo volto, scolpito nel legno come la sua inossidabile morale.

Con l’ausilio del fedelissimo Maurizio Braucci e di Maud Ameline, Pietro Marcello scrive e dirige il suo primo film francese affidandosi alla forza delle suggestioni, utilizzando l’ambiente, le luci, i colori e i suoni come veri e propri attori. Un’opera che trova nella sua semplicità la vera magia, svelando progressivamente un inedito punto di vista femminile. Di fatto, L’Envol è solo all’apparenza limpido e immediato, ma nasconde sotto la delicatezza delle immagini un sistema simbolico profondo che ragiona tanto sulle possibilità del medium narrativo quanto del suo futuro produttivo.

In questo senso, la fotografia di Marco Graziaplena e il montaggio di Carole Le Page e Andrea Maguolo risultano preziosissimi per costruire una mise-en-scène armoniosa che integra approccio realistico (lo spirito documentario è sempre dietro l’angolo) e visionario. Ma in ambito “autoriale” e meno collettivo, L’Envol si configura soprattutto come il film di passaggio di Pietro Marcello, la tappa intermedia di un percorso che incuriosisce molto circa le prospettive future. Anche l’inserimento strategico del materiale d’archivio, tratto distintivo del suo cinema, diventa molto più funzionale rispetto a Martin Eden: una sorta di atto politico contro la ricostruzione fedele e dispendiosa (“le immagini ci sono, basta utilizzarle”).

E se il futuro è un’ipotesi, l’ultimo film di Pietro Marcello ci parla di un viaggiatore che non accenna ad attraccare, ancora (e sempre) alla ricerca di nuovi più luminosi orizzonti.