Alle spalle dei titoli di testa di Prigionieri dell’oceano troneggia una scura e fumante ciminiera che occupa gran parte dello schermo. Un’immagine ingombrante, ma anche un inganno che si svela quasi subito, infatti non è altro che l’ultima appendice di un battello che sta sprofondando tra i flutti. E appena l’oceano lo inghiotte completamente un fluido movimento di macchina ci accompagna tra i curiosi resti di quella che, fino a poco prima, era una nave americana silurata da un incrociatore tedesco. Fino ad arrivare ad una scialuppa di salvataggio sulla quale, proprio come la ciminiera iniziale, si staglia una donna elegante e altera. Si tratta di Constance Porter (Tallulah Bankhead), una famosa giornalista convinta di viaggiare al di sopra delle sue storie, ma dalle quali sarà inevitabilmente risucchiata.

A poco a poco altri sette naufraghi raggiungono la scialuppa e si anima una piccola società che vede partecipi dall’imprenditore liberale fino al proletario comunista. A turbare quell’instabile equilibrio  improvvisamente viene tirato a bordo un ultimo sopravvissuto che si scopre essere un tedesco. Cosa farne? Gettarlo in pasto ai pesci o esprimere nei suoi confronti un’umana solidarietà tra naufraghi?

In Prigionieri dell’oceano vediamo all’opera uno degli Hitchcock più politici, ma anche più tragici, di tutta la sua filmografia, mosso senza dubbio dalla preoccupazione e lo sdegno nei confronti dell’orrore nazista. Uscito nel 1944, durante gli ultimi atti della Seconda Guerra Mondiale e realizzato a partire da un soggetto di John Steinbeck, il film è chiaramente un invito ai Paesi occidentali a mettere da parte le divergenze politiche per compattarsi contro il nemico comune, un’esortazione a gettare in mare la macchina da presa e guardare senza veli la cruda realtà.

Nonostante il film sia completamente ambientato su una scialuppa di salvataggio, Hitchcock è un maestro nel riuscire a produrre ritmo sfruttando soprattutto la tensione tra i personaggi e gli imprevisti. Anche le inquadrature, principalmente primi piani e raccolti piani d’insieme, mostrano una certa varietà, sfruttando bene la plasticità dei corpi come vetrina per leggere i cambiamenti dei protagonisti. Ed è impressionante come Hitchcock  riesca a sfruttare tanto la profondità di campo in uno spazio così ristretto.

Come nei più classici noir, già in Sospetto o in L’ombra del dubbio Hitchcock aveva messo al centro della narrazione un personaggio ambiguo del quale gli altri non riescono a fidarsi al cento per cento. Il rimando è sempre al presente, all’impossibilità di rilevare un nazista semplicemente guardandolo negli occhi, dal sospetto costante che la persona che hai di fronte stia tramando alle tue spalle. Ma mentre nei film precedenti Hitchcock lavorava al confine tra finzione e politica in Prigionieri dell’oceano non usa sottotesti, e il presente viene chiamato in causa direttamente senza giri di parole.

Ciò che sconvolge più di tutto Hitchcock e lo conduce verso soluzioni drastiche è la totale incapacità di comprendere questo genere di nemico per il quale il dialogo non sembra essere un’opzione. Un nemico che può nascondersi dietro il volto di chiunque, anche di un ricciolino rubizzo dall’aria ingenua.

Hitchcock dunque costruisce un’indagine etica oltre che politica, interrogandosi sul serio sul come agire, su quale sia la decisione più giusta da prendere. Ma, arrivato in fondo, fondamentalmente fallisce. Fallisce consapevolmente perché di fronte ad un abisso così profondo resta solo lo sgomento. Una reazione attuale, visto che i crimini di guerra, come il genocidio a Gaza, sono all’ordine del giorno e il nostro frantumato Occidente rifiuta di riconoscerli schierandosi in blocco, disgustosamente unito, dal lato sbagliato della storia.

Cosa fare dunque contro il fanatismo? Ogni spettatore, qualunque sia il personaggio dal quale si sentirà più rappresentato, dovrà sforzarsi di trovare da solo questa risposta.