1944, Seconda Guerra mondiale: la democrazia rischia di colare a picco sotto i colpi del nazismo, come la ciminiera di una nave americana che si inabissa dopo esser stata colpita da un sommergibile tedesco. Con questa immagine Alfred Hitchcock apre il suo I prigionieri dell’Oceano, terza fra le sue pellicole di propaganda e antinaziste, dopo Il prigioniero di Amsterdam e Sabotatori.

Mentre sulla superficie del mare galleggiano resti di vita – cipolle, cucchiai, giornali, giochi di società e cadaveri – in una scialuppa di salvataggio (la lifeboat del titolo originale) si radunano pian piano alcuni naufraghi. Una elegante giornalista, un macchinista dallo spirito ribelle, una giovane infermiera militare, un timido operatore radio, un ricco industriale, un marinaio gravemente ferito, uno steward nero, una donna che stringe a sé il cadavere del figlio neonato e, per ultimo, un marinaio tedesco che nasconde la sua vera identità.

Se in un primo momento i naufraghi si fanno guidare dalla superiorità tecnica del tedesco, nominandolo addirittura comandante della scialuppa, lentamente si accorgono delle sue studiate menzogne. Quando infine scoprono che ha fatto annegare uno di loro, si coalizzano tutti insieme per ucciderlo.

“In quel momento preciso, nel mondo – dichiarava Hitchcock a Truffaut circa l’idea del film – c’erano due forze l’una di fronte all’altra, le democrazie e il nazismo. Ora, le forze democratiche erano in uno stato di completa disorganizzazione, mentre i tedeschi sapevano dove volevano arrivare. Si trattava dunque di dire ai democratici che era assolutamente necessario unirsi, lasciando da parte le divergenze per concentrarsi su un solo nemico”.

L’allusione esplicita alla necessità di sostenere la democrazia – nonostante la sua complessità, imperfezione e vulnerabilità – viene resa attraverso le relazioni fra i personaggi: i naufraghi, di varia estrazione sociale e orientamento politico, discutono fra loro, litigano, prendono decisioni giuste e sbagliate (ma sempre a maggioranza) e sospendono il giudizio per presunzione di innocenza. Infine, davanti all’evidenza del crimine, si compattano, uniscono le forze e si avventano sul nemico come un branco di lupi inferocito.

Passando attraverso le relazioni e i dialoghi, il film arriva a delineare la psicologia di ogni singolo personaggio: il soggetto iniziale di John Steinbeck – che non aveva convinto del tutto Hitchcock – e la sceneggiatura definitiva di Jo Swerling – che aveva già lavorato per autori come Frank Capra – riescono con pochi e sapienti tratti, ora drammatici, ora ironici, a rendere perfettamente i ritratti dei naufraghi.

Un film di propaganda diventa così un serrato dramma da camera senza pareti, reso ancor più claustrofobico proprio perché ambientato in mezzo all’oceano, senza via di fuga e salvezza. Per scavare nella psicologia dei naufraghi, la macchina da presa inquadra i personaggi quasi sempre da dentro la scialuppa, quindi da molto vicino, indugiando su primi e primissimi piani dei volti, sui dettagli dei corpi e soprattutto sugli oggetti, per sottolineare il loro valore narrativo e simbolico.

La morbidezza di una pelliccia di visone, la scarpa di una gamba amputata, un prezioso braccialetto-esca, le carte da gioco ricreate con i fogli di un taccuino, una piccola bussola che diventa oggetto del desiderio e del tradimento. Ma dopo aver sottolineato la presenza scenica di questi elementi, in alcuni casi Hitchcock li sottrae improvvisamente da sotto gli occhi (la madre che culla fra le braccia il nulla al posto del figlio morto) lasciando un vuoto che innesca un climax di allucinata drammaticità.

E di fatto – nonostante il tema della minaccia dei nazismi alla democrazia continui ad essere dopo oltre cent’anni di incredibile attualità – i personaggi e le storie che pian piano il film rivela son quelle che ancor oggi ci inchiodano allo schermo.

Su tutti la giornalista Connie Porter, interpretata da Tallulah Bankhead, che Hitchcock sceglie come perno della narrazione: è lei la prima che vediamo sulla scialuppa mentre tenta di “rubare”, con la sua macchina fotografica Leica, le immagini del disastro, in un gioco che è al tempo stesso cinema, metacinema e presa di coscienza dei suoi limiti. È lei che si relaziona col nemico, che mente pietosamente ai più deboli e sfida i più granitici, è lei che si lascia demolire e che si ricostruisce nella tragedia.

Grande attrice di teatro – per lei Tennessee Williams creò il personaggio di Blanche DuBois in Un tram che si chiama Desiderio – famosa per la sua vita sregolata in cui abbondavano alcol e droghe, Tallulah Bankhead dà vita in questo film a un personaggio femminile bellissimo e magnetico, che si fa centro narrativo dell’intera vicenda. Hitchcock la priva lentamente di tutto: le calze smagliate, la macchina fotografica e quella da scrivere, il visone, la fiaschetta personale di brandy, i trucchi, il prezioso bracciale.

Eppure man mano che il suo corpo si spoglia di oggetti e la sua mente di certezze, emerge in maniera sempre più evidente il profilo di un donna intelligente, ironica, indipendente, scesa a patti con la vita ma capace di privarsi dei privilegi conquistati, di rinunciare a un comodo cinismo di facciata e di mostrarsi vulnerabile, senza però arrendersi mai.

Forse proprio nella complessa dialettica fra istanza politica e umana, fra la spietatezza della guerra e l’individuo messo a nudo, sta il cuore di questo notevole film di Hitchcock. Tallulah Bankhead ci guarda dalla barca col sopracciglio alzato, una sigaretta fra le dita e uno sguardo appuntito di sfida: la salvezza può nascondersi dove meno immaginiamo.