Smanioso di esordire alla regia, dopo diversi anni come assistente, un giovane Akira Kurosawa trova nel romanzo di Tsuneo Tomita Sanshiro Sugata un soggetto spendibile presso i produttori. Siamo nel 1943 e l’industria cinematografica giapponese deve sottostare a rigorose prescrizioni censorie di ispirazione nazionalista.

Il libro di Tomita romanza la vera storia del primo campione di judo, giovane arte marziale autoctona nonché orgoglio nazionale, e l’intuizione di Kurosawa si rivela dunque vincente. Seppure con diversi tagli, alcuni dei quali incomprensibili, il film vede la luce a viene premiato dal pubblico, tanto da consentire al regista di girare un brutto seguito qualche anno dopo.

L’omonimo protagonista di Sanshiro Sugata è un dilettante di arti marziali di fine Ottocento che rimane folgorato dalla personalità di un maestro di judo, e decide dunque di seguirlo e prenderlo come mentore. Attraverso un lungo addestramento fisico e mentale, Sanshiro riuscirà a padroneggiare la tecnica di combattimento quanto a trovare la serenità spirituale.

La prima opera firmata Kurosawa è decisamente acerba, pur mostrando tracce dello stile che lo contraddistinguerà. Oltre all’ovvio disprezzo per la cultura occidentale, che verrà perfino esacerbato nel secondo capitolo, sono presenti i temi dell’unità fra individuo e ordine naturale, così come quello del rapporto fra allievo e maestro, benché trattati con grande superficialità rispetto alle declinazioni a venire.

Anche la direzione degli attori lascia spesso a desiderare e questa leggerezza si soffre soprattutto nei ruoli femminili, scritti bene ma sacrificati a performance frettolose. Non spicca neppure il protagonista, Susumu Fujita, che però godrà di ottima fama in seguito al film, mentre convince appieno il grande Takashi Shimura, benché in un ruolo secondario, che diverrà un habitué del cinema di Kurosawa e non solo.

Ma pur con le sue acerbità, Sanshiro Sugata rimane una convincente opera prima, con diverse intuizioni degne di nota. La regia ad esempio non si fossilizza sull’antropomorfo, ma anzi impreziosisce la scena sfruttando il paesaggio naturale (il laghetto ghiacciato, il vento tra la vegetazione nello splendido duello finale) e gli oggetti (i sandali di Sanshiro o l’ombrellino della bella Sayo). Particolare anche la scelta di elidere ripetutamente i combattimenti, mostrando la reazione degli spettatori al posto delle tecniche di Sanshiro.

Sarebbero passati ancora diversi anni di contrattazione con la censura militare, prima giapponese poi statunitense, ma nonostante tutto Akira Kurosawa è sempre riuscito a portare a casa buoni risultati, talvolta eccellenti.