Firelight, film di fantascienza del 1964 realizzato in 8mm da un giovanissimo Steven Spielberg, può considerarsi il prototipo embrionale di Incontri ravvicinati del terzo tipo. L’epopea messianica e umanista ha ripreso, dallo spregiudicato e acerbo lavoro giovanile, i temi del cover-up governativo, del contatto ravvicinato, delle luci colorate nel cielo e dell’avventura esistenziale vissuta da individui eletti.
Dopo la proiezione di Firelight, alla quale parteciparono cinquecento persone, la famiglia Spielberg si trasferì a Saratoga, in California, dove il conformismo borghese e la routine addomesticata della periferia americana diventeranno lo sfondo di molti film del regista, tra cui proprio Incontri ravvicinati del terzo tipo.
All’interno della macchina-cinema spielberghiana, nella quale si materializza l’estasi dell’intrattenimento, la celebrazione dell’every man allarga la prospettiva di una poetica universalistica che guarda in alto, tracciando le coordinate di un cinema sociologico ma ben radicato sui prati dell’Indiana e circoscritto nell’orizzontalità delle periferie wasp.
Il residuo di una paura strisciante e di un’ossessione condivisa, dopo gli “incontri ravvicinati” su strada in Duel e negli abissi marini dello Squalo, pur senza avvicinare il film del 1977 alla fantascienza degli anni Cinquanta e Sessanta, traccia un continuum in cui albergano terrori irrazionali e fantasie complottiste, alimentate dal Watergate scoppiato pochi anni prima e controbilanciato dal desiderio di rovesciare gli incubi alieni in un idillio spirituale nel quale le connessioni tra individuo e altro da sé vengono esplorate grazie alle infinite potenzialità del linguaggio.
Molti anni dopo, Denis Villeneuve sarà uno dei pochi a raccogliere l’eredità spielberghiana e a chiudere il cerchio esolinguistico attraverso una reductio ad absurdum che annienta l’artificio dell’“immaginazione ragionata”, proprio tramite il linguaggio. Le convergenze tra Spielberg e Villeneuve nella definizione di una grande allegoria cinematografica accolgono, nel primo, l’incontro ravvicinato all’interno di un enorme spazio che simula un set cinematografico, in Arrival, tramite una comunicazione che sfrutta la parola “creatrice di mondi”, scambiata da dietro un grande vetro (altra evidente metafora cinematografica).
All’interno dell’imponente e visionario palcoscenico del film del 1977, Roy Neary (Richard Dreyfuss) ascolta il richiamo degli alieni e non esita a sacrificare la famiglia per raggiungerli, ma non appare mai come un working class hero, semmai come l’individuo-vate che gradualmente si discosta dall’american way of life – in modo meno brutale di David Mann in Duel – assecondando la follia irresponsabile ma ingenua di un inguaribile puer aeternus. La forza di Incontri ravvicinati del terzo tipo sta nella dilatazione del tempo dell’attesa che configura una vera e propria avventura dell’animo umano in cui l’epifania aliena viene descritta in modo estremamente realistico.
Spielberg, cineasta del Mid-West e della middle class, non poteva però solamente accontentarsi di realizzare uno tra i più completi e riusciti affreschi di sci-fi in un contesto di ordinaria routine americana, né poteva pensare al fatto che il film potesse diventare solo un “thriller d’avventura”, come lo definì lo stesso regista.
Le ambizioni miravano a utilizzare il genere per l’esplorazione di una mitologia aliena ricostruita meticolosamente, attraverso ricerche e interviste (Kenneth Arnold e gli avvistamenti dei dischi argentei nel 1947, le casistiche di abduction e il contattismo) che avrebbero impreziosito la sua consueta fiaba da un altro mondo.
Lontano anni luce dalla rivoluzione linguistica della New Hollywood e dalle invasioni fantascientifiche degli anni Cinquanta e Sessanta, Spielberg rielabora le tematiche complottiste e i segreti governativi, servendosene per costruire un immaginario che non poteva corrispondere solo a un “film per bambini nel senso migliore del termine”, come sostenne Pauline Kael.
Incontri ravvicinati del terzo tipo è infatti molto di più, nella misura in cui, intenzionalmente o no, diviene un apologo del cinema, un’ode alla fratellanza cosmica e un trattato antropologico sull’alterità che arricchisce e redime.