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La sfarzosa summa dell’immaginario fantastico di Fellini
La psicologia (o, per l’esattezza, la psicanalisi) non è intesa da Fellini come una scienza esatta, quanto piuttosto una continuazione, un trait d’union, col mondo della magia e del soprannaturale, per cui lo spiritismo, i sogni e i ricordi sono come facce della stessa medaglia, di quel mondo “altro” che lui si proponeva di indagare non solo attraverso i suoi film, ma anche nella vita quotidiana. Ebbero un’ampia influenza su di lui le teorie dello psicanalista junghiano Ernst Bernhard, ma anche esperienze più estreme: l’uso controllato di LSD, l’avvicinamento alla magia, ai tarocchi, alle sedute spiritiche. Alla luce di questo, è quindi palese la primaria importanza che Giulietta degli spiriti costituisce non solo per il suo modo di vedere il cinema, ma anche per la sua interpretazione della realtà.
Nantas Salvalaggio e l’aldilà di Fellini
In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. In quest’atmosfera da cinema catastrofico in cui siamo immersi, il passo verso altri mondi è breve. L’articolo, apparso su Epoca, il 29 novembre 1964, del giornalista e scrittore Nantas Salvalaggio ci conduce sul set di Giulietta degli spiriti (1965) in cui prendono forma i fantasmi di Fellini; attraverso la propria moglie – che in questo film fa rivivere l’amatissimo personaggio di Gelsomina che da La strada (1954) viene catapultata all’interno di un universo fatuo e borghesissimo – il Maestro compie un esorcismo contro la paura dell’abbandono e per estensione della morte.
“Giulietta degli spiriti” e il fantastico
Il soprannaturale secondo Fellini è una commistione di sincronicità e di sincretismo mistico, come si evince in Giulietta degli spiriti. Se il primo artefatto magico per il regista riminese è il cinema stesso, un prodigio come lo era per Ingmar Bergman, “un nulla nel nostro nervo ottico, uno shock: ventiquattro quadratini illuminati al secondo e tra di essi il buio”, tutto quello che viene fuori dall’oscurità è fantasmagoria, metafora, allegoria suadente di luci, forme e colori, tripudio ridondante e visionario, proprio come accade in Giulietta degli spiriti, l’opera che che ci conduce in un “paese delle meraviglie” poco carrolliano e molto più debitore agli archetipi di Jung.