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“Macbeth” e l’omaggio di Joel Coen alla storia del cinema

Lontano dall’erotismo sanguinoso di Polanski, ma anche dalle versioni di Orson Welles, Akira Kurosawa, Béla Tarr e Justin Kurzel, il Macbeth di Coen sembra superare ogni paragone mettendo al centro della scena lo spazio psichico. È così che un racconto così oscuro ed efferato diventa inquietante in un senso spiccatamente moderno, e a una violenza che potrebbe felicemente irretire lo spettatore si prediligono pose, movimenti e architetture ostili e angoscianti (più che angosciosi). È quasi come se Shakespeare incontrasse idealmente Pinter.

“Macbeth” di Roman Polanski in un labirinto di specchi

Nel Macbeth di Polanski il cinema non è un modo per guardare le proprie ossessioni ma solo per perdersi dentro di esse, come in un labirinto di specchi. Il farmaco che l’uomo deve darsi da solo forse esiste, ma Polanski non ci crede o non lo conosce. La storia si afferma sull’arte ma solo piegata al desiderio: nel finale Donalbain, che fu storicamente re dopo Malcom, torna dalle streghe. Questo è l’unico vero tradimento a Shakespeare, il cui testo, anche se reso con naturalezza non teatrale, è seguito fedelmente. Il sigillo del regista sulla sua opera: la storia domina sulla finzione artistica e il finale positivo di Shakespeare è superato dal ciclico affermarsi del desiderio.