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Clint Eastwood è l’America

Che si tratti di un solitario pistolero senza nome o dell’integerrimo ispettore Callaghan, l’attore californiano ha sempre portato in scena il suo volto granitico per elevarlo a icona dell’individualismo ribelle e appassionato su cui si poggia la storia del proprio paese. Passato alla regia, l’eroe americano è diventato inevitabilmente il vate della nazione, narratore delle “magnifiche sorti e progressive” degli States così come delle sue innumerevoli zone d’ombra. Alle soglie dei novant’anni, il Maestro ribadisce la sua centralità nel cinema americano con Ore 15:17 – Attacco al treno,  opera mutaforma con cui il regista ribalta la sua conclamata classicità e porta avanti la sua personale epica dell’uomo comune.

“Ore 15:17 – Attacco al treno”, discorso sulla nazione

Nella rievocazione dello sventato attacco terroristico su un convoglio diretto a Parigi nell’agosto 2015, Clint Eastwood porta all’estremo la dialettica tra finzione e realtà e rimette in scena la storia chiamando i tre ragazzi americani che impedirono l’attentato a reinterpretare se stessi. Non fosse altro che per questo dato, il film si presenta con una complessità teorica in cui la realtà si fa vettore di realismo dentro una narrazione nella quale gli eroi rivivono il momento che li ha resi tali. Eastwood, maestro assoluto della trasparenza, radicalizza all’estremo la mimesi ai limiti dell’autoanalisi (personale, collettiva), lasciandola collimare con un’esigenza di autenticità cosciente della potenza del cinema nel farsi luogo di un discorso sulla nazione.