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“Il potere del cane” e i sentieri selvaggi della mascolinità

Jane Campion accantona con Il potere del cane il tema principe del suo cinema, l’erotismo in prospettiva femminile, per farsi guidare dal romanzo omonimo da cui il film è tratto nel Montana degli anni ’20, al ranch dei fratelli Burbank. Qui, l’equilibrio fra Phil e George viene rotto dall’ingresso in famiglia prima della moglie di George, Rose, poi di Peter, il figlio adolescente che Rose ha avuto dalla sua precedente unione. Un trapezio irregolare congiunge in modi imprevisti nella stessa casa quattro persone spinte l’una dall’altra ai loro angoli, illuminati dalla fotografia di Ari Wegner per lo più da luci di candela e dal segreto a loro innato.  

“Il potere del cane” e la riscrittura del western

In Il potere del cane, proprio in quanto western, i protagonisti sono maschili, i corpi sovrastati dalla natura, inondati dai suoi orizzonti, i paesaggi allo stesso tempo inquadrati e incorniciati da finestre o porte aperte che siano. Paesaggi addomesticati dall’uomo che il sentimentalismo cerca di soffocare e il romanticismo di dimenticare. Partendo dall’omonimo romanzo del 1967 di Thomas Savage – costruito in gran parte come una serie di ritratti e di personalità complesse sviscerate, decomposte e ricomposte, messe insieme a scontrarsi l’una con l’altra – Campion decide di mantenere questa impostazione: fare un “film di personaggi”, svelati di capitolo in capitolo, facendo così un “film di attori” con un cast di rilevanza.

Jane Campion, tempesta e impeto

La voce di Ada è un invito a vedere e un invito a perdersi nel marasma neozelandese che è pur sempre un’estensione del proprio patrimonio intimo. Estensione e amplificazione del turbinio di sensazioni che delinea il conturbante di Lezioni di piano e che riporta alla cruda e reale entità del sublime romantico, anche in merito alla dissonanza tra istinto da un lato e prescrizioni sociali dall’altro: “Pensavo che questo paesaggio selvaggio fosse adeguato alla mia storia perché il romanticismo è stato mal compreso dalla nostra epoca, in particolare nel cinema. È diventato qualcosa di grazioso e amabile. Si dimentica la sua violenza, il suo lato oscuro”, ha dichiarato più volte la regista. 

“Lezioni di piano” tra silenzio e suono

L’utilizzo di musica originale contemporanea su una storia di ambientazione ottocentesca – fin dall’inizio lo spettatore-ascoltatore viene disorientato rispetto ad una scelta di regia che non è didascalica –  riporta al tema del rapporto tra rispetto e sovversione delle convenzioni: le sperimentazioni musicali del Novecento che vogliono decomporre o distruggere gli schemi formali della musica colta del secolo precedente,  riportano –  musicalmente – alla volontà della protagonista di infrangere le regole della compostezza sociale rifugiandosi, ad esempio, in un mutismo che è psicologico, non certo biologico (capiamo davvero che Ada non parla ma ci sente quando è lei che si accorge che il pianoforte è accordato, dopo che il complicato trasporto nella casa di Baines faceva supporre che non lo fosse).