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“The Perfect Neighbor” nell’America dei vigilante
The Perfect Neighbor, il documentario uscito su Netflix e candidato agli Oscar per la categoria Best Documentary Feature, è un film che sta scuotendo – e continuerà a farlo – l’opinione pubblica americana sul significato e sull’applicazione della legittima difesa. La regista americana Geeta Gandbhir pone l’attenzione sull’omicidio di Ajike Owens, madre afroamericana di quattro figli, uccisa da un colpo di pistola sparato dall’interno dell’abitazione da Susan Lorincz, donna bianca e sua vicina di casa.
“Goodbye June” nel dolore e nella perdita
Goodbye June è l’esordio alla regia di Kate Winslet, realizzato e prodotto a partire da un soggetto scritto dal figlio ventiduenne, Joe Anders. In veste da regista, l’attrice pluripremiata dimostra un certo savoir faire, un occhio sicuramente avvezzo ad osservare i movimenti di macchina, ma anche maturo nel gestire il peso e la responsabilità di chi, per la prima volta, si mette dietro alla cinepresa.
“La febbre dell’oro” intimo e profondo
Che cosa rende una delle tante avventure – o meglio, disavventure – di Charlot così importante? E soprattutto, dopo cento anni come può La febbre dell’oro restituire una storia così moderna e attuale? Antonio Pietrangeli, scrivendo di Chaplin sulla rivista di cinema Star (1944), sostiene che “atemporalità e universalità sono le caratteristiche della grande arte”. Forse, proprio questi due aspetti, atemporalità e universalità, sono la chiave di lettura per decifrare la compiutezza e la riuscita di The Gold Rush.
“Una ragazza brillante” o quando non si ha nulla da perdere
Con l’obiettivo di denunciare una realtà sociale in chiave autoriale, Riedinger ripone all’interno del suo film una velata, quanto necessaria, riflessione: fino a dove si è disposti a spingersi quando non si ha niente da perdere? Una ragazza brillante è dunque l’eco di una singola voce, quella di Liane, che sa propagarsi a molti e raccontare un vissuto generazionale, intriso di grandi ambizioni e di ideali rovesciati.
“Tre ciotole” nonostante il dolore
Tre ciotole è un’opera codificata sul paradigma del nonostante. Nonostante il dolore, la malattia, la solitudine e la durezza della vita – perché la vita a volte sa essere davvero dura, afferma Marta – ne vale la pena, sempre. E nel ripensare il nostro tempo, senza preoccuparsi di arrancare un perché dietro ogni spiegazione, le parole di Michela Murgia con la voce di Marta, ci invitano a proiettare lo sguardo sulla bellezza dell’esistere.
“La mia amica Eva” al centro del suo amore
La mia amica Eva non è una commedia romantica all’insegna di un sentimento tra due sconosciuti che il destino ha voluto far incontrare. Al centro di tutto c’è soltanto Eva e il coraggio di cambiare la propria vita una volta varcata la soglia dei cinquanta. La capacità di comporre una cornice narrativa o frame story dai tratti comici, attorno ad una storia più profonda di rinascita o crescita personale, è una prova provata dell’abilità registica di Gay, già sperimentata in film come Truman – Un vero amico è per sempre (2015) o Historias para no contar (2022),
“La famiglia Leroy” senza macigni sul cuore
Nella restituzione complessiva, una nota di merito va sicuramente all’abilità, da parte di Bernard, di conciliare in chiave comica, il dramma all’ironia. La capacità di raccontare la difficoltà della separazione mediante un linguaggio autoironico – che non ha paura di prendersi in giro o che non implode in psicanalisi di coppia – conferisce a La famiglia Leroy quel tocco di leggerezza calviniana, quella qualità di saper planare sulle cose dall’alto, senza macigni sul cuore.
“Material Love” sulle melodie della commedia romantica
L’elemento che fa di Material Love una delle rom-com meglio riuscite degli ultimi tempi si individua nella sceneggiatura e nella capacità della regista di comporre dialoghi come se fossero musica scritta: melodie dai ritmi differenti, ora calzanti, ora fluidi, ora rilassati. Seguendo le orme di Nora Ephron, Celine Song struttura in maniera organica tutti gli elementi icastici della rom-com, dal meet cute al wrong guy, intrecciandoli assieme attraverso il filo di un romanticismo sincero e ingenuo che sfugge a qualsiasi calcolo.
“La notte arriva sempre” anche sul sogno americano
Il film, diretto da Benjamin Caron e tratto dall’omonimo romanzo di Willy Vlautin, mette in scena un autentico one woman show che ruota attorno a Lynette, una giovane donna che porta sulle spalle il peso di una famiglia impoverita e di una casa sull’orlo del pignoramento. La protagonista, interpretata da una volitiva -quanto spregiudicata- Vanessa Kirby, non guarda in faccia nessuno pur di ottenere ciò che vuole, muovendosi tra i meandri dell’America più elusiva e silente.
“Invisibili” da un genere all’altro
Invisibili è un film sfuggente che fatica ad incasellarsi in un preciso genere, un po’ come una farfalla che svolazza leggera, senza mai posarsi. Le tematiche inserite – dalla malattia mentale al bullismo, passando per la violenza fisica, dall’assenza paterna al disagio di sentirsi invisibili agli occhi degli altri – offrono un potenziale narrativo che non viene strutturato e che finisce per stordire lo spettatore, restituendo un teen movie gotico con qualche sentore horror che sfuma nella vaghezza.
“Tre amiche” contro la teoria del desiderio
Alla coralità estetica degli eventi che implodono, si accosta una sceneggiatura elegantemente discreta, sullo stile delle commedie alla Rohmer, capaci di mostrare tutto, senza proferire niente, lasciando che le parole si sfaldino nella loro corrività. Lo sguardo di ogni personaggio si proietta su qualcosa che non può avere e forse, Mouret si avvicina cinematograficamente alla teoria di Lacan più di quanto si voglia ammettere e comunicarci che in fondo, i desideri devono sempre rimanere utopie, perché una volta soddisfatti, smettono di essere desiderabili.
“Il quadro rubato” tra linguaggio dell’arte e distanze sociali
L’ambivalenza tra commedia dall’ironia affilata e dramma di uno spaccato sociale fa de Il quadro rubato un film autoreferenziale, che disvela i meccanismi dietro alla mercificazione dell’arte. I personaggi si muovono in uno spazio circoscritto all’interesse per il profitto e questo, Bonitzer lo restituisce attraverso le battute di una sceneggiatura cinica e zelante che sfrutta il linguaggio dell’arte per riflettere le distanze sociali, non per risolverle, bensì per acutizzarle.
“La gazza ladra” socialmente fiabesca
Da un semplice preambolo familiare, riscaldato dal sole di Marsiglia, Guédiguian compone un’opera bilanciata, sorretta dalla leggerezza di una commedia sentimentale e dal peso di un dramma familiare. La gazza Ladra è un film sentinella di questioni sociali e di interrogativi etici che il regista è solito avviluppare e annodare tra le relazioni che i personaggi instaurano, all’interno di uno spaccato di quotidianità.
“Eden” e il limite della sopravvivenza
Questa vicenda storica, imbevuta di mistero, omicidio e di limiti per la sopravvivenza umana compone un corpus di tematiche convulse che Howard restituisce attraverso una regia razionale ed equilibrata, un montaggio che segue zelante la catabasi del mito del buon selvaggio e immortala il ritratto dell’umanità più nichilista e primitiva, ove l’uomo produce il male come le api producono il miele.
“Lee Miller” e l’occhio di chi guarda
La scelta registica è quella di narrare la vita della Lee Miller fotoreporter attraverso un biopic intervista. Una sorta di interrogazione, il cui obiettivo è tentare di esaminare il vissuto di quegli occhi- interpretati magistralmente da Kate Winslet – ormai stanchi, disillusi, arrabbiati, ma ancora ricolmi di vita. Quegli occhi che hanno visto la barbarie della guerra e che grazie alla macchina fotografica hanno potuto immortalarla in immagini, in testimonianze visive dal valore trascendentale.
“FolleMente” e i linguaggi della relazione romantica
Con FolleMente, il regista propone una sceneggiatura a più mani, un esercizio di scrittura aggregata con Francesco Piccolo, Paolo Costella, Isabella Aguilar e Flaminia Gressi che portano in superficie le dinamiche comportamentali, dibattute dai pensieri che affollano la nostra mente durante il primo appuntamento. Se poi quelle emozioni sono impersonate da un cast che riunisce alcuni tra i grandi nomi della scena italiana, la sceneggiatura non può che attecchire comodamente nel terreno della commedia romantica.
“Luce” del cinema tra realtà e finzione
C’è un’immediatezza comunicativa e visiva in grado di sollevare un sentimento di umanità empatica nei confronti di coloro che tentano di approfondire la propria esistenza al di fuori delle mura della fabbrica. In Luce la responsabilità di questa missione è affidata alla sola voce del padre che, nel suo oscillare tra vero e falso, tra realtà e immaginazione, restituisce alla protagonista quel ruolo di figlia protetta, sgridata e amata che non ha mai interpretato.
“L’abbaglio” del popolo italiano
L’intento del regista ricorda intellettualmente quello compiuto nel saggio Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani (1824) di Giacomo Leopardi, dove il filosofo tratteggia – senza troppo delicatezza – il carattere opportunista che contraddistingue l’allora inesistente popolo italiano. Nel film, questo disvelamento viene filtrato in maniera edulcorata proprio dal nucleo comico che si costituisce in Domenico e Rosario.
“Una notte a New York” e il dialogo che sa prendersi il suo tempo
Per il suo esordio alla regia Una notte a New York la sceneggiatrice e autrice Christy Hall predilige un single location movie, vale a dire un film ambientato in un unico spazio. Un’operazione che, all’apparenza può sembrare un modesto tentativo, ma nasconde numerose insidie, prima fra tutte il rischio di smarrire lo spettatore tra i dialoghi e privarlo dell’azione. Una notte a New York non inciampa in questo sgambetto. E nel cinema sappiamo bene che la fortuna del principiante non esiste.
“Solo per una notte” senza alcun pregiudizio
Con Solo per una notte, Rappaz sperimenta il potere di raccontare una donna, forte nella sua fragilità e fragile nel suo amore. Il film non ammette alcun pregiudizio nei confronti di Claudine e forse, questo è proprio l’elemento di scrittura più sofisticato. La possibilità di amare contemporaneamente più cose; ecco la spiegazione che Claudine dà a Baptiste quando le chiede il significato di eclettico, finendo per codificarsi come la chiave prolettica della sua storia.