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“Love Disease” all’Asian Film Festival 2018

Il taglio che il cineasta giapponese dà alla storia è abbastanza particolare, alternando momenti di quiete e pacatezza con altri più cruenti, forti e anche disturbanti, a tratti, come la scena in cui Emiko sottomette in pubblico il ragazzo adescato nella chat online, costringendolo a mettersi a quattro zampe e a leccarle i piedi, in pubblico.  Love Disease è un’opera nuda e cruda, una parentesi impietosa sulla brutalità di un determinato spaccato sociale, con una sequenza finale montata magistralmente, mostrando, in un certo qualche modo, due diverse declinazioni della violenza e un’inquadratura conclusiva che fa da controparte all’inizio del film nel binomio vita-morte che lo attraversa integralmente.

“The Decaying” all’Asian Film Festival 2018

The Decaying non vuole essere un film politico, ma cerca di mettere in risalto ciò che affligge le Filippine. Un paese che risulta spaccato a metà, da un lato prova un’odio a tratti xenofobo verso gli americani che si atteggiano da padroni, dall’altro c’è chi proietta in loro l’idea che siano i “salvatori” a cui bisogna essere “fedeli”. Ma questo non è il solo punto su cui Calvento si concentra. Il desiderio del regista, come ha detto alla conclusione della proiezione, è mostrare la realtà filippina riflettendo sulla violenza da cui è afflitta e che ne coinvolge sia l’ambito domestico che quello pubblico. Quindi un cinema che, come ha detto Calvento, va contro ciò che la maggior parte del pubblico filippino vuole vedere quando, sporadicamente si reca al cinema.

“Malila: The Farewell Flower” all’Asian Film Festival 2018

Nella prima parte di Malila: The Farewell Flower la ricongiunzione di corpi e anime è sempre al centro del quadro, anche nei campi lunghi: quando Shane e Pitch camminano disgiunti nel bosco in un modo o nell’altro Anucha Boonyawatana, la regista, riesce ad avvicinali. Nella seconda, invece, Shane parte, insieme ad un altro monaco, per raggiungere un luogo appartato nella foresta in cui poter praticare un’intensa meditazione. Non c’è più la carnalità a legare Shane e Pitch bensì le loro anime che, nella privazione più totale e nella fusione umano-natura riescono nuovamente a congiungersi: anche se in modo granguignolesco.

“Mothers” all’Asian Film Festival 2018

Particolarmente interessante, in Mothers, è la necessità di divincolarsi da determinate categorie per costruire una storia che sappia leggere i legami familiari anche andando oltre i semplici legami di sangue, vagliando quantità di possibilità infinite tanto per la donna quanto per il figlio. Il regista dichiara implicitamente l’assunto in base al quale la famiglia non ha niente a che fare con un legame meramente biologico, quanto solo amoroso, affettivo. E lo dimostra attraverso la freddezza della messa in scena e una vuotezza scenografica che fanno correlativo – oggettivo agli stati d’animo dei protagonisti; un film dal gelo quasi documentario che, tuttavia, riesce a smuovere la coscienza di chi guarda. 

“Sea Serpent” all’Asian Film Festival 2018

Il regista Joseph Israel Laban si basa su vicende realmente accadute e su alcuni ricordi d’infanzia. Una storia che è un po’ quella di una famiglia e di conseguenza quella di un intero villaggio, ma non sono solo personaggi fittizi, poiché ciò che viene mostrato non è solo finzione. Infatti emerge tutta una cultura della pesca, della cucina, dei rituali e della vita comune che fanno somigliare alcune scene a quelle più proprie di un documentario. Gli orari di pesca, la cura delle reti e delle barche, pulire il pesce e cucinarlo fanno parte di rituali abitudinari.

“A Beautiful Star” all’Asian Film Festival 2018

Yoshida Daihachi mette in scena una storia che, tratta dal romanzo fantascientifico Stella meravigliosa di Mishima Youkio del 1962, usa l’idea del paranormale come scusa per fare un film in cui mettere in costante relazione dinamiche famigliari complesse e problemi ambientali contemporanei. Daihachi fa sì però che questa sorta di propaganda ambientalista, con innesti di inspiegabili misteri, non sia vista esclusivamente in maniera positiva, bensì essa può creare, nelle menti delle persone, anche eccessive paranoie. Il regista ha infatti una visione, o così può sembrare, estremamente pessimista verso il futuro del pianeta terrestre e, come sempre, gli alieni sono visti come una specie superiore perché scruta dall’alto l’attività umana.

“One Night on the Wharf” all’Asian Film Festival 2018

One Night on the Wharf è il film d’esordio di Han Dong, noto poeta e scrittore cinese. Ha deciso infatti di adattare “un suo lavoro, At the Pier” per ottenere quella che risulta essere “una commedia graffiante e divertente” che pone al centro, di quel piccolo mondo, l’amore incondizionato per la poesia: presenza costante nonostante gli imprevisti. Privilegiando campi lunghi e piani americani, non lascia mai i personaggi da soli, seguendoli con la macchina da presa in ogni loro movimento. Un film composto per lo più da personaggi maschili, alcuni estremamente infantili, mentre le poche donne presenti sono descritte come forti e intraprendenti: sembrano quasi figurare come eroine di cui gli uomini non possono fare a meno, ma a cui loro non sono mai succubi.

“A Fish Out of Water” all’Asian Film Festival 2018

A Fish Out of Water di Lai Kuo-An ha una scansione temporale insolita, fatta di continui salti nei ricordi: quelli di Yi-An che vengono solo raccontati a parole e quelli dei genitori, che si alternano e in cui lo sguardo della macchina da presa sprofonda nella loro più intima coscienza. Il regista taiwanese, presente alla proiezione, ha raccontato che l’idea è tratta dalla vita di un suo amico, ma durante la stesura dello script il padre aveva iniziato a stare male. Così ha deciso di attingere anche dal proprio bagaglio di conoscenze e da quei ricordi finiti nel dimenticatoio. Lai Kuo-An voleva che A Fish Out of Water si rivolgesse anche alle vite, ed alle esperienze, dei suoi spettatori e che ciascuno riuscisse a trovare, in quel puzzle di memorie, qualche ritaglio di sé.