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“Nosferatu” secondo Herzog, tra Stoker e Murnau
Herzog, sulle orme di Murnau, riduce all’osso il racconto di Bram Stoker, per soffermarsi sulla forza evocativa delle immagini. I personaggi si muovono sonnambuli in un’atmosfera rarefatta, sospesa tra la vita e la morte. Un presepe di statuine inanimate, interiormente urlanti – come le “mummie di Munch” dei titoli di testa – prigioniere della loro stessa alienazione. La dicotomia tra bene e male, luce e oscurità, messa in scena dai forti chiaroscuri del film di Murnau, viene traslata sul corpo ferino di Klaus Kinski.
“Fitzcarraldo” sacro e profano
Il viaggio del battello nell’immenso e tumultuoso fiume Ucayali diviene mitico sin dal principio, anche per la bizzarra e pericolosa ciurma reclutata. Una navigazione che si tramuta finanche in un viaggio iniziatico nelle più recondite profondità della natura selvaggia, tra minacce che giungono dalle sponde del fiume e dalle rappresaglie dell’equipaggio stanco della crescente pazzia di Fitzgerald. E se Fitzcarraldo ha assoldato mercenari pronti al rischio, Herzog ha dovuto ugualmente prendere a bordo un’equipe in grado di sostenere questo “viaggio all’inferno”.
“La ballata di Stroszek” e l’inganno del sogno americano
Cos’è, dunque, La ballata di Stroszek? È un film universale sull’essere umano – come spesso avviene nelle perlustrazioni di Herzog, sempre intento a scrutare le possibilità di senso della nostra esistenza e la bizzarra bellezza dei tipi umani –, sulle sue debolezze e i suoi sogni che spesso rimangono tali. Se anche il sogno americano non è null’altro che un’illusione, non restano molte soluzioni per sopravvivere. Rimangono forse l’isolamento dalla società e l’autosufficienza, la pazzia o l’inseguimento ossessivo di miraggi e visioni che possono aprire un varco di conoscenza sul mondo.
“L’enigma di Kaspar Hauser” e l’estasi del dolore
Herzog vivifica questa tragedia biografica attraverso un impiego pittorico dei colori, che richiama al contempo la finezza delle porcellane bavaresi e la rozzezza contadina di alcuni dipinti di Bruegel il Vecchio. In mezzo a queste miniature umane orribilmente comiche (la sequenza della lettera e quella dello spettacolo freak), illuminate dalla straordinaria fotografia di Jörg Schmidt-Reitwen, Kaspar viene posto come essere superiore, come eletto dalla natura. Innocente spettatore di una società grottesca e devitalizzante.
Aguirre che volle farsi re. A oltre 50 anni dal capolavoro di Herzog
L’ossessione di Aguirre è lo specchio dell’ossessione cinematografica di Herzog, per cui la storia narrata e le avventure del set formano un tutt’uno, con le riprese condotte in situazioni naturali estreme: girato con un budget ristretto, fra le ostilità della giungla e del fiume, la realizzazione di Aguirre diventa un’opera titanica come l’impresa compiuta dei protagonisti, un’impresa che tende all’Assoluto, volendo sfidare i limiti della natura e dell’uomo, e lanciando una sorta di sfida a Dio. Quella sfida che Lope de Aguirre lancia al Creatore, in particolare nel delirante dialogo dove si autoproclama “il più grande traditore”, “il furore di Dio”, colui che può decidere della vita e della morte del mondo intero.
“Ghost Elephants” e il nostro pianeta alieno
Come un James Cameron in versione documentaristica, Herzog ci invita ad esplorare un ambiente alieno di somma magnificenza, ma non siamo su un altro pianeta: è il nostro mondo, restituito nella sua bellezza primordiale in un solenne atto di ammirazione. Privo di esile retorica e avulso da banalità romantiche circa la benevolenza della natura, lo sguardo di Herzog resta implacabile nella sua ricerca di verità, finendo per essere, ancora una volta, una straordinaria elaborazione teorica sul cinema stesso.
Viaggio al centro dell’anima. “Nomad” di Werner Herzog
Sono anni ormai che Herzog affascina il pubblico con documentari raffinati e ricercati nei soggetti e nelle forme, riflessioni per immagini sui temi più vari ma sempre riconducibili a una propria visione della realtà contemporanea. Con Nomad – In cammino con Bruce Chatwin, il regista realizza uno dei suoi lavori più intimi, omaggiando l’amico e noto scrittore, ultimo grande narratore di viaggio del secolo scorso. Teorico del nomadismo e instancabile conoscitore, Chatwin è la quintessenza romantica dell’esploratore, per cui il viaggio è un mezzo per scoprire culture diverse attraverso le quali comprendere meglio sé stessi. Non è dunque un’esagerazione definire le sue spedizioni “esplorazioni dell’anima”, una ricerca quasi ossessiva che ha caratterizzato la breve vita del letterato.
L’intimità disarmante di “Family Romance, LLC”
Werzog è stato ispirato da un business in crescita in Giappone, quello della fornitura di attori per interpretare figure significative nella vita di persone reali. Così si è recato nel paese e, con un budget pressoché inesistente (ha raccontato con molto orgoglio dei cambi di costume improvvisati nei bar nei dintorni) ha filmato camera a mano attori locali che recitavano in madrelingua, catturandoli molto da vicino e senza curarsi troppo di tremolii, sovraesposizioni e sottoesposizioni, con un senso della composizione dell’immagine sorprendentemente figlia dei nostri tempi.
Herzog incontra Gorbaciov
Due grandi idealisti si incontrano, tre volte nel giro di sei mesi, per un’intervista. L’intervistatore, Werner Herzog, è un passionale più interessato alla cifra umana che all’approfondimento storico. L’intervistato, Michail Gorbaciov, è un 87enne quieto e con qualche problema di salute, nei cui occhi però ben si vedono calore carismatico e una sicurezza senza arroganza. Herzog non nasconde a nessuno il suo affetto partigiano per Gorbaciov, e definisce l’ultimo presidente dell’Unione Sovietica, colui che mise fine alla Guerra Fredda, “uno dei più grandi leader del XX secolo”, confessandogli anche apertamente i propri sentimenti. Presentato al Biografilm 2019.