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Bertolucci su Bertolucci. Il racconto di “Novecento”
“Ecco una delle idee di base di Novecento: film sulla cultura popolare, secondo Gramsci, e nel senso di Pasolini. E una chiave precisa: l’identificazione delle masse non tanto con i personaggi di finzioni narrative, ma con questi che si scollano dal loro ruolo letterario per diventar personaggi della Storia. Dunque, anche un’accettazione dei luoghi tipici della narratività, addirittura ottocentesca: sia in senso nazionalpopolare, sia criticamente, come rivisitazione neoretorica. Insomma, una formula è una formula: la differenza è che nelle sedi ottocentesche originarie gli archetipi narrativi erano spesso condannati a soluzioni di tipo psicologico. In Novecento, ci si ritrova nel mondo delle idee: cioè si fanno i conti con l’ideologia. E proprio utilizzando formule che sono sempre state adoperate per fini psicologici”.
I tagli, le censure e il restauro di “Novecento”
Il restauro di Novecento è stato realizzato da 20th Century Fox, Paramount Pictures, Istituto Luce – Cinecittà e Cineteca di Bologna con la collaborazione di Alberto Grimaldi e il sostegno di Massimo Sordella presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata, con la supervisione di Bernardo Bertolucci e del direttore della fotografia Vittorio Storaro. Per il restauro in 4K-16bit si è partiti dal negativo originale depositato dal produttore Alberto Grimaldi presso la Cineteca Nazionale. Il negativo originale aveva subito centinaia di tagli, sia quando Paramount distribuì la versione corta del film negli Stati Uniti, sia nelle fasi successive di reintegro delle sequenze tagliate. Il negativo da cui si è partiti presentava quindi circa 700 lacune, che sono state ora tutte colmate digitalmente. Riferimento in questo lavoro è stato il reversal stampato nel 1976 dal negativo originale per le edizioni americane e conservato negli archivi Paramount, che contiene gran parte dei fotogrammi poi andati perduti.
“Novecento” e la critica
In occasione della distribuzione in sala di Novecento proponiamo un’antologia critica sul grande film di Bernardo Bertolucci, restaurato da 20th Century Fox, Paramount Pictures, Istituto Luce Cinecittà e Cineteca di Bologna, con la collaborazione di Alberto Grimaldi e il sostegno di Massimo Sordella. Il regista lo spiegava così: “Ecco una delle idee di base di Novecento: film sulla cultura popolare, secondo Gramsci, e nel senso di Pasolini. E una chiave precisa: l’identificazione delle masse non tanto con i personaggi di finzioni narrative, ma con questi che si scollano dal loro ruolo letterario per diventar personaggi della Storia (…). Insomma, una formula è una formula: la differenza è che nelle sedi ottocentesche originarie gli archetipi narrativi erano spesso condannati a soluzioni di tipo psicologico. In Novecento, ci si ritrova nel mondo delle idee: cioè si fanno i conti con l’ideologia. E proprio utilizzando formule che sono sempre state adoperate per fini psicologici”.
L’allucinato peregrinare di “Vizio di forma”
È in sala in questi giorni al Cinema Lumière una retrospettiva su Paul Thomas Anderson. Due collaboratori di Cinefilia Ritrovata sono andati a vedere Vizio di forma. Quando quattro anni fa Paul T. Anderson adattò per il grande schermo l’omonimo romanzo di Thomas Pynchon, rese evidente come nel 2002 Ubriaco d’amore avesse segnato uno spartiacque all’interno della sua filmografia. Dalle solide e compatte sceneggiature altmaniane di Boogie Nights – L’altra Hollywood e Magnolia alla concentrazione talvolta prolissa sull’individuo, seminale ne Il petroliere ed esasperata in The Master. Vizio di forma non è da meno. Con l’allucinato peregrinare di un Joaquin Phoenix conciato come fosse il fratello hippie di Wolverine, Paul T. Anderson dilata i tempi fino a raggiungere una non-trama, di fatto il caso investigativo da risolvere è una matassa talmente ingarbugliata che né il protagonista né il pubblico ci capiranno mai nulla.
Intervista a Agnès Varda
Un assaggio della lunare intelligenza di Agnès Varda: “JR ha trentatré anni e io ottantotto, ormai ottantanove e lui trentaquattro, la differenza non è cambiata. Ma questa distanza esistente tra noi non ha mai giocato a sfavore, anzi, la gente è stata anche divertita nel vederci. Siamo un po’ come Stanlio e Ollio, lui è alto e magro, io sono un po’ più bassa e robusta. Eravamo un po’ come Doublepatte et Patachon (duo comico danese del periodo del cinema muto, uno dei primi ad acquisire una certa rilevanza a livello internazionale), per dare l’idea della coppia. Lui ha piedi lunghi e io più piccoli, queste sono le differenze di base. Non abbiamo litigato molto, se non su piccoli dettagli. Ad entrambi piace mangiare la “chouquette”, non è un croissant, né un biscotto, ma ci sono diversi fornai nella mia via che preparano questo pasticcino e in alcune panetterie sono migliori. Per il resto, il caso ci ha concesso di fare incontri con la gente, incontri che ho sempre considerato come tanti regali”.
Proteggere il più debole, “Zero in condotta” di Jean Vigo
Il nostro mese-Vigo continua con un’antologia di estratti critici riguardanti Zero in condotta, che rivisto oggi non fa che aumentare – invece che sedimentare – la carica di anarchia che possiede. A tutti i livelli. Con un pizzico di nostalgia, di quella profonda pena e tenerezza che ci fanno i bambini protagonisti. Vigo scriveva, in procinto di rivederlo ma destinato a morte prematura: “Ed allora, mi sento stretto dall’angoscia. State per vedere Zero in condotta, io sto per rivederlo con voi. L’ho visto crescere. Come mi sembrava gracile! Neppure convalescente, come un mio stesso figlio, non è più la mia infanzia. È invano che spalanco gli occhi. Il mio ricordo si ritrova male in lui. È dunque già così lontano?”.
A occhi chiusi in una notte di vento: “L’Atalante” di Jean Vigo
Cominciamo a occuparci del grande mese-Vigo proposto dalla Cineteca di Bologna in tutta Italia con alcuni approfondimenti critici e documentali. Le parole di Truffaut, Ghezzi, Gomes e Grande illuminano da par loro il capolavoro L’Atalante anche se a precederle ci piace mettere il fulminante commento di John Grierson:“È uno stile palpitante. Alla base c’è un senso del realismo documentario che rende la chiatta una vera chiatta, così precisa nella sua topografia, che vi ci potremmo orientare a occhi chiusi in una notte di vento. E questo è importante sia per una chiatta fluviale sia per un battello, ed è quanto i film sul mare non hanno mai capito” (autunno 1934).
“La febbre del sabato sera” e la mascolinità passiva del nuovo divo-ballerino
Per continuare il nostro studio su La febbre del sabato sera e le influenze culturali su stili di vita e consumi degli ultimi quarant’anni, ospitiamo questa volta un acuto intervento di Claudio Bisoni, comparso in open access sulla rivista Cinergie – Il cinema e le altre arti, che dedicò uno speciale proprio alla dico music e al rapporto con l’immaginario audiovisivo. Nel denso saggio dell’autore, il corpo e la funzione della sstar Travolta vengono messi in relazione con i temi della mascolinità e della rappresentazione di genere, con risultati sorprendenti.
“La febbre del sabato sera” secondo la critica
Torna in sala, restaurato in digitale, director’s cut, distribuito dalla Cineteca di Bologna, La febbre del sabato sera. Le fonti critiche non furono tantissime, o meglio del film si parlò parecchio ma soprattutto in termini sociologici. Fuori dai radar cinefili (purtroppo) il capolavoro di John Badham avrebbe cambiato il mondo della cultura popolare. Come ricorda Pauline Kael: “Il pubblico più giovane si vide rappresentato dal film di Badham, così come precedenti generazioni s’erano riconosciute nel Selvaggio, in Gioventù bruciata, nel Laureato e in Easy Rider; e Travolta diventò un culto nazionale praticamente nel giro d’una notte”.
La musica del Potëmkin
Le musiche originali di Edmund Meisel sono state ricostruite e riorchestrate da Helmut Imig con la collaborazione di Lothar Prox, eseguite da Deutsches Fimorchester Babelsberg – Musikalische Leitung, sotto la direzione di Helmut Imig. Ecco una serie di testimonianze, a cominciare da quella di Sergej Ejzenštejn, sulla composizione e le idee che la suggerirono.
Voci sul Potëmkin
La corazzata Potëmkin non è solo il film di cui stiamo ricostruendo genesi e analisi, ma anche un testo fondamentale su cui molti intellettuali hanno esercitato il proprio pensiero. Questa volta dedichiamo il post alla ricognizione di alcune voci degli anni Venti, tutte di straordinario interesse. Come scriveva Desnos, del resto: “Questo film vibrava di fede e di entusiasmo. Lo schermo non rappresentava più un ostacolo. Era squarciato dai proiettili rossi dell’immaginazione. Rivelava il mondo meraviglioso nascosto dietro di lui”.
Cara e stimatissima Corazzata!
Tornata nelle sale in questi giorni grazie al progetto Cinema Ritrovato al cinema, La corazzata Potëmkin è un film che “emerge dal mare” con l’impeto creativo di un regista di ventisette anni, Sergej Ejzenštejn, destinato a portare la rivoluzione nel linguaggio cinematografico. Questa Dedica, scritta da Ejzenštejn fra il 1945 e il 1948 e rimasta a lungo inedita, è apparsa in prima traduzione italiana in Ejzenštejn su Ejzenštejn, a cura di Pier Marco Santi, Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Pisa – Comune di Pistoia, 1980.
“120 battiti al minuto” e la battaglia delle idee
In attesa di Gender Bender, di cui Cinefilia Ritrovata seguirà la sezione cinematografica, dedichiamo un piccolo speciale a 120 battiti al minuto, uscito negli scorsi giorni e presentato come anteprima del festival. Il film di Campillo, di grande successo in tutto il mondo, stenta ad affermarsi in Italia, e alcune dichiarazioni dei responsabili di Teodora (la casa di distribuzione), amareggiati per lo scarso seguito, hanno scatenato molte reazioni tra i cinefili. Noi abbiamo deciso di presentarvi due nostre recensioni, di differente valutazione al film, entrambe però molto precise analiticamente. A voi il giudizio finale.
“Eraserhead”, nascita di un cult
Torniamo un’altra volta su Eraserhead, nostro film del mese. Questa volta indaghiamo – sempre approfittando delle antologie critiche messe a punto dai curatori di Cinema Ritrovato al Cinema – alcune fonti dedicate alla storia della ricezione del film. Per troppo tempo considerato un semplice incunabolo della successiva carriera di Lynch, Eraserhead è secondo alcuni il film più puro del cineasta americano.
Melodie industriali: “Eraserhead”, Lynch e il soundscape
Sempre approfittando dell’uscita in prima visione della versione restaurata di Eraserhead, proponiamo questa volta alcuni approfondimenti su suono e musica nel film d’esordio di David Lynch. Il rapporto con il soundscape da parte del regista americano è noto, e si svilupperà sempre più nella sua lunga carriera, giungendo alle scariche elettriche, ale voci invertite, alle canzoni malinconiche di Twin Peaks, quello di ieri e quello di oggi.
“Eraserhead” e la critica
Torna in prima visione, restaurato, Eraserhead – il primo capolavoro di David Lynch. Il piacere di rivedere su grande schermo il magnifico esordio del cinema americano si affianca allo stupore destato dalla magnifica terza stagione di Twin Peaks, collegata in molti modi a quel momento iniziale di circa 40 anni fa. L’opera struggente di un formidabile genio, parafrasando Dave Eggers, ci permette anche di scartabellare nella critica d’epoca e in quella successiva, di cui qui forniamo un primo assaggio.
Détour intorno a “Manhattan”
Continuano, e si allargano a tutte le sale italiane, le proiezioni di Manhattan restaurato. Il capolavoro di Woody Allen non solo riguadagna il grande schermo dove le luci di Gordon Willis e le note di George Gershwin possono esaltarsi al meglio, ma ci riporta anche le tante cose scritte sul film da studiosi e critici.
“Manhattan” secondo la critica
La nuova versione digitale in 4K realizzata a partire dal negativo camera originale promette di riportarci Manhattan, oltre che su grande schermo, anche nello splendore originale del suo malinconico inno a New York. Proponiamo qui un’antologia critica del capolavoro di Woody Allen.
“Gli amori di una bionda”: dall’idea al film
“Gli amori di una bionda” e la critica
Torna in sala, a oltre 50 anni dalla sua uscita, Gli amori di una bionda. Il film, distribuito in versione originale con sottotitoli italiani, fu la prima affermazione internazionaledi Miloš Forman, con cui inaugurò ufficialmente la nová vlna, la nouvelle vague praghese. “Una piccola nazione come la Cecoslovacchia, minacciata per tutto il corso della sua storia da potenti vicini, non ha altri mezzi di sopravvivenza che mantenere il sense of humour”, disse il regista a proposito del suo piccolo, bellissimo film. Ecco una antologia critica di grande interesse.