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“Viaggio a Tokyo” 70 anni dopo

È un Paese, quello di Ozu, negli anni dell’occupazione americana. Un Paese che cambia e nel cambiare abbandona anche i suoi valori più autentici come il senso dell’accudimento, il ritmo lento della vita, il rispetto dei rituali. Il regista ne ha nostalgia, ne soffre; eppure, il suo cinema “gentile” – come lo definisce Kaurismäki – ha una narrazione che non contiene conflitti, non ci sono buoni e cattivi da una parte e dall’altra. Si fa fatica a non giudicare i personaggi di Ozu.

Ozu e il noir intimista

Sagome nere si stagliano su un fondale bianco. Uomini che camminano, inquadrati dall’alto. Sembra un teatro delle ombre: è l’apertura di La donna della retata, film di Yasujiro Ozu, datato 1933. Un inizio che è già indicativo di un genere d’appartenenza e di un’influenza stilistica. Gangster story atipica, noir intimista frutto di un influsso esercitato sul regista giapponese dalla cultura cinematografica americana: La donna della retata (titolo originale: Hijosen no honna) è atipico anche nella stessa filmografia di Ozu, almeno quella più conosciuta dal pubblico europeo.

“Inizio di primavera” e la mancanza dell’infanzia

Quando uscì Inizio di primavera (1956) Ozu era inattivo da tre anni. Possono non sembrare molti, non era nemmeno la prima volta che lasciava passare del tempo, ma era successo durante gli anni della guerra e parliamo di un cineasta benvoluto dall’industria e dal suo pubblico, abituato a girare a tempo di record da uno fino anche a cinque film l’anno. Si tratti di un caso o dell’aver allentato la catena a un talento ormai maturo e tenuto in stallo, il film è il più lungo fra i suoi trentasette superstiti. 144 minuti di urgenza e densità tali da rischiare di confondere le acque, come un oggetto che sfoca per l’eccessiva vicinanza all’occhio.

“Inizio di primavera” di Ozu al Cinema Ritrovato 2018

Quello di Ozu è uno stile preciso e calcolato, che quasi abolisce i movimenti di macchina per concentrarsi sulla composizione plastica dell’inquadratura, spesso ricca di dettagli e profondità. Il ritmo del film è dato dal gioco di linee e volumi, dal taglio dinamico interno ad ogni singolo fotogramma. Il lato emotivo dell’opera è invece affidato ai primi piani, in cui spesso, durante certi dialoghi, i personaggi guardano quasi in camera, come a voler scappare dallo schermo e interpellare direttamente lo spettatore. Inizio di primavera è quasi un manuale di cinema, una lezione come la qualità di un regista non risieda nei mezzi che ha a disposizione, ma nella sapienza con cui vengono usati.

Il cinema etico e popolare di Ozu in “Il sapore del riso al tè verde”

Lode e gloria a coloro che si stanno impegnando a mantenere viva la memoria di Yasujirô Ozu attraverso la riscoperta e il restauro della sua opera che in Italia ha circolato ben poco fino a pochi decenni fa. Presentato a Venezia Classici, Il sapore del riso al tè verde precede il capo d’opera Viaggio a Tokyo e ciononostante riesce ad imporsi all’attenzione dello spettatore contemporaneo con gentile potenza. Realizzato quattordici anni dopo la sua ideazione per problemi di censura, il film finisce per sfruttare benissimo la collocazione storica in cui si presenta: il dopoguerra giapponese è il momento adatto per raccontare le spinte occidentali nella cultura orientale specie per quanto concerne la dimensione privata.