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Dell’amore o della solitudine. “Happy Together” come resoconto emotivo

È il terzo appuntamento in sala con Wong Kar-wai. Grazie all’operazione di ridistribuzione di Tucker Film, dopo il restauro in 4K per mano della Criterion di New York e L’Immagine ritrovata di Bologna, Happy Together torna sul grande schermo ventiquattro anni dopo il premio per la miglior regia al 50esimo Festival di Cannes. Tra vecchi monolocali bonaerensi, tango bar e troppe sigarette due uomini hongkonghesi si trovano alle prese con la loro relazione instabile e nociva. Al solito si parla di rapporti. Cina o Argentina, nei film di Wong si ha sempre l’impressione che l’amore sia l’unica cosa narrabile, l’unica capace di generare conflitto o risolverlo.

Quando Caetano Veloso dedicò un concerto a Giulietta e Federico

Un caloroso applauso di benvenuto subito interrotto dalle note di un violoncello: il pubblico precipita in un silenzio incantato, sembra piombare in un’atmosfera metafisica lontanissima. Il tema accennato è lo stesso de La dolce vita, stavolta cucito su misura dall’arrangiamento di Jacques Morelenbaum e dai versi in portoghese composti da Caetano stesso. È il 30 ottobre 1997 e la sua voce riempie il modesto Teatro Nuovo di Dogana nella Repubblica di San Marino. E non è un caso che la data del concerto coincida con l’anniversario di matrimonio di Giulietta Masina e Federico Fellini.

“Malcolm & Marie” non parla di amore

L’irresistibile carisma dei due attori si fa carico di una scrittura dall’impianto teatrale in cui l’unità di spazio e tempo è deliberatamente appesantita da monologhi tracotanti e un po’ buffi, spesso simili a comizi, col vizio di essere meno accessibili al largo pubblico, a vantaggio di qualche compiaciuto sfoggio cinefilo. Così in poco meno di due ore si menziona un’impressionante vastità di temi, alcuni molto specifici e altri che incoraggiano una facile identificazione — l’amore di coppia, l’egoismo, la vanità, il razzismo, gli stereotipi, la cinefilia, la politica — sebbene l’interrogativo più appassionante resti uno: qual è il limite tra rappresentazione e appropriazione?
Levinson è il primo a sollevare a parole questa incertezza, ma la risposta non è chiara.

“Farewell Amor” e la musica come vettore emotivo

Farewell Amor, accolto con entusiasmo al Sundance 2020 e distribuito in Italia sulla piattaforma MUBI, racconta il difficile ricongiungimento di una famiglia angolana dopo una lunga separazione.  La volontà di Ekwa Msangi, regista e sceneggiatrice al suo lungometraggio di esordio, è quella di lasciare sullo sfondo un discorso di denuncia politica, senza però depotenziarlo, per concentrarsi piuttosto sulle complesse dinamiche relazionali, regolate all’interno di uno striminzito bilocale di Brooklyn, nel tentativo di una reintegrazione. Al posto di litigi enfatici e drammi da cucina, Msangi lascia spazio ai piccoli aggiustamenti e alle interazioni discrete.