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“Il palazzo del viceré” tra narrazione lineare e sottigliezza politica
India 1947. Dopo quasi 90 anni di colonizzazione britannica, atterra a Nuova Delhi quella designata come la famiglia degli ultimi Viceré: i Mountbatten. Grazie all’azione del Partito del Congresso Nazionale Indiano e del Mahatma Gandhi i tempi sono ormai maturi, sta per arrivare la tanto agognata indipendenza. Ma, attenzione, “La storia è scritta dai vincitori”, ammonisce il cartello che segna l’incipit del nuovo film di Gurinder Chadha (la regista britannica di origini indiane, già nota al grande pubblico per Sognando Beckham), Il palazzo del viceré: un’opera epica, scenograficamente scintillante e politicamente sottile.
“A Ciambra”, diversi per antonomasia
Qui in redazione A Ciambra è proprio piaciuto. E ci torniamo spesso sopra. La bellissima pellicola di Jonas Carpignano è prima di tutto una apologia del neorealismo ritrovato, un neorealismo moderno fatto di commistione fra ciò che è reale (i protagonisti, l’intera famiglia Amato, sono presi dalla strada) e ciò che è costruito (la sceneggiatura scritta battuta per battuta), in un continuo gioco di specchi in cui lo spettatore è catturato, ma presto smette di domandarsi quale sia il confine tra la vita vera e la narrazione.
“L’ordine delle cose” e il sud del mondo
L’ordine delle cose è una pellicola fortemente politica, nella misura in cui porta sotto i riflettori dei mass media e dell’opinione pubblica una questione, quella dell’immigrazione “clandestina”, tanto abusata quanto mai esaminata sotto la corretta prospettiva. Andrea Segre ha dichiarato sulla genesi del film: “L’ordine delle cose non sempre è quello che noi vorremmo. A volte la soluzione di un problema, come diceva mio padre che era uno scienziato, dipende dalla definizione che di esso viene data”. Così Segre ha girato un film di scrittura, tra il mare della Sicilia (Mazara del Vallo) e la sabbia assolata della Tunisia, che si pone come obiettivo quello di ridefinire i contorni di una delle questioni più scottanti di oggi: l’immigrazione.
“Veleno”, film di denuncia e d’amore
Veleno è un film piccolo, quasi a “conduzione familiare” come la masseria del protagonista, Cosimo Cardano, ma allo stesso tempo potente e determinato come sua moglie Rosaria e come solo alcune donne del Sud sanno essere. Scritto e diretto da Diego Olivares, 52enne regista campano specializzato nella scrittura di dialoghi in ‘lingua’ napoletana, e presentato fuori concorso a Venezia, Veleno è girato nella terra dei fuochi e di fuochi la pellicola è costellata sin dall’incipit: un incendio appiccato da camorristi ad una stalla con 100 bufale, i cui muggiti di dolore e spavento ci feriscono le orecchie preannunciando il tema del film.
“Dove cadono le ombre”, interiorizzazione della Storia
Presentato alle Giornate degli autori di Venezia ‘74, e ora in prima visione, Dove cadono le ombre è il primo lungometraggio di finzione della documentarista di origine brindisina Valentina Pedicini, già nota agli operatori del settore per il documentario Dal profondo (Premio Solinas 2011) che aveva il merito di narrare le vicende di una delle ultime minatrici donne dal suo punto di vista di lavoratrice “sotto terra”.
Il road movie dei disadattati: “Easy”
L’opera prima del regista Andrea Magnani, acclamato film-rivelazione del Festival di Locarno, è approdata nelle sale italiane dal 31 agosto. Easy – Un viaggio facile facile narra le vicissitudini, piuttosto surreali, di un viaggio non proprio facile a dire il vero, intrapreso dall’ex pilota di go-cart Isidoro (detto appunto Easy) verso l’Ucraina, per quello che potremmo definire un trasporto “eccezionale”. L’originale compagno di viaggio di Easy, infatti, è l’operaio defunto nel cantiere di suo fratello Libero di Rienzo, o meglio la bara in cui egli è sigillato.
Fisica e naturale: la comicità di Totò
La comicità di Totò è fisica e naturale, è come una musica, basata sul tempo: nasce da gesti, movimenti, suoni che inducono il sorriso, capitomboli, starnuti, balbettii, smorfie, occhi strabuzzati, strisciate di piedi e tutto ciò che conduce all’idea della maschera sovrapposta al corpo vivente dell’attore. La risata scaturisce dal fatto che la materialità del gesto o del suono si svincola dal senso che dovrebbe animarlo. Riparliamo di Totò in occasione della proiezione di I due marescialli.
In ricordo di Remo Remotti
Approfittiamo del maggior spazio che ci conede l’estate per ricordare Remo Remotti, a due anni dalla sua scomparsa. Uno scatenato anticonformista, un eccentrico artista che ha fatto di sè la sua vera opera d’arte, curando fino all’ultimo giorno dei suoi 91 anni il suo essere unico e inimitabile, il “Suo Capolavoro” come suggeriva Patrizio Roversi nella prefazione del libro di Remotti “Diventiamo Angeli” e continuava “gli basta sedersi a tavola assieme a qualche amico per decollare nel suo remoremottismo pirotecnico e futurista, fatto di parole-citazioni-provocazioni e poetiche coprolalie”.
Cinema Ritrovato 2017: “Lucciola”, magia dello schermo colorato
Torniamo su Lucciola, film che possiamo classificare come dramma, a causa del suo finale tragico (la protagonista muore accoltellata), ma che ci strizza l’occhio in diverse occasioni nello svolgersi dei suoi 82 minuti, con momenti di pura e spesso fisica comicità, elargita come irrefrenabile istinto da parte dei personaggi del film: i saltelli di gioia di un corteggiatore grassottello, la disperazione di un altro espressa con il gesto di “strapparsi i capelli” pur essendo calvo, e infine la manifestazione dell’ atavica fame della trovatella Lucciola che riceve come omaggio da un “amoureux” una torta gigante accompagnata dall’ ironica didascalia “per lo stomachino di Lucciola”.
“Il mago di Oz” visto con i miei figli
Oggi proponiamo un articolo un po’ diverso. Va bene affrontare criticamente, e attraverso materiali storici, il restauro di Il mago di Oz, ma in fondo noi adulti siamo in grado di comprendere se e come questo film può ancora parlare alle nuove generazioni? Abbiamo chiesto a Francesca Divella di fare un esperimento famigliare, dove cinefilia e stupore infantile si mescolano tra loro. Questo il (soddisfacente) risultato.
Cinema Ritrovato 2016: “One-Eyed Jacks”
Pare che il primo e ultimo film di Brando regista, costò un occhio della testa alla produzione, e il budget iniziale fu di molto superato a causa dell’amore di Marlon per l’improvvisazione: si narra che passò 5 ore ad aspettare l’onda giusta per una delle scene sul mare. Le riprese durarono in tutto quasi tre anni (dal 1958 al 1960), e la prima versione del film aveva una durata di cinque ore! Poi tagliata a due ore e ventuno minuti per l’uscita in sala nel 1961. Di matrice espressamente western, il film narra di tradimento e vendetta. Al centro della pellicola le vicende del bandito Rio / Marlon Brando, tradito e abbandonato al confine del Mexico dal paterno compare Dad Longworth/Karl Malden, e quindi sbattuto in prigione per 5 lunghi anni. A distanza di tempo Rio tenterà di ottenere la tanto bramata vendetta, ma finirà per innamorarsi di Louisa/ Pina Pellicer, la figliastra di Longworth, dando alla trama una piega inaspettatamente romantica e a tratti introspettiva.