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“Carosello napoletano” e le scatole cinesi di Giannini

Insieme a poche altre pellicole dell’epoca, I Pompieri di Viggiù (1949) Mario Mattoli, Luci del Varietà (1950) Fellini-Lattuada, Viva la rivista (1953) di Enzo Trapani e Gran Varietà (1954) di Domenico Paolella, Carosello Napoletano ha il merito indiscutibile di rappresentare un documento prezioso di un mondo scomparso, quello della rivista e dell’avanspettacolo, che fu una sorta di serbatoio inesauribile per il cinema italiano: fu il varietà ad ospitare gli esordi di alcune delle più grandi stelle del grande schermo a cavallo tra gli anni ‘40 e i ‘50: Totò, Walter Chiari, Vittorio De Sica, Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Renato Rascel, Erminio Macario.

 

In principio fu la canzone: i film di Elvira Notari con la lanterna a carbone

Elvira Notari (1875- 1946), una delle prime e più prolifiche registe e produttrici italiane, con la sua Dora Film, ha avuto il particolare merito di rappresentare al meglio la produzione locale napoletana fin oltreoceano, esportando negli anni Venti una gran quantità dei suoi film per il pubblico degli emigrati del sud Italia in America. Di oltre 60 film però, i titoli sopravvissuti sono pochissimi e tutti o quasi conservati dal CSC – Cineteca Nazionale di Roma. La proiezione di ieri sera, con lanterna a carbone ed accompagnamento musicale dal vivo, ha riportato al pubblico un cortometraggio Un amore selvaggio (1912), un frammento, L’Italia s’è desta (1927) e un lungometraggio, Fantasia ‘e surdato (1927).

“Enamorada” tra rivoluzione e melodramma

Fernández, che in prima persona aveva partecipato alla rivoluzione messicana (1917) ed era stato in prigionia, ambienta Enamorada in quello stesso frangente storico, producendo una pellicola che diverrà il simbolo dell’epoca d’oro del cinema messicano nel mondo. La trama melodrammatica di Enamorada è illustrata dalla fotografia di Gabriel Figueroa, che predilige immagini pittoresche di panorami con una profondità di fuoco riecheggiante quella dell’incompiuto Qué viva Mexico! di Ejzenstejn. Il film si apre con una carrellata dichiaratamente western che galoppa al ritmo della rivoluzione messicana: bombe e rivoluzionari a cavallo scorrono per introdurci nel contesto della storia. Un contesto che con il western ha in comune anche una certa visione romantica della frontiera (qui la città di Cholula) intesa come ideale di libertà e di speranza di riscatto per i più deboli e poveri.

“Storie del dormiveglia” e i dettagli dell’esistenza

“Io non sono il mio corpo sono qualcos’altro…sono il buio e la luce nello stesso momento, esisto e basta”. Inizia con queste parole il bellissimo film documentario di Luca Magi Storie del dormiveglia, vincitore di una Menzione Speciale al 49° Visions du Réel International Film Festival e ora al Biografilm 2018, nato dalla quinquennale esperienza del regista come operatore nella struttura di accoglienza notturna per senza tetto Rostom, nella periferia di Bologna. La pellicola scorre per 67 minuti formalmente perfetti, grazie all’approccio espressionista ottenuto dalla dialettica di luci e ombre, e dalle loro stesse ombre, grazie a fasci di luce netti e taglienti, emergono i profili più intimi e nascosti dei protagonisti.

“Manuel” a Visioni Italiane 2018

Manuel è l’opera prima di Dario Albertini, un film completamente “suo” da soggetto a sceneggiatura, musiche e regia. Un’opera che ci parla del suo autore presentandocelo come regista (oltreché artista poliedrico, musicista, fotografo) fortemente affascinato dalle realtà più disagiate, periferiche, abbandonate (quasi pasoliniane). Girato nella periferia romana tra Civitavecchia e Tarquinia, pensato come classico cinema di pedinamento, Manuel è un film che scorre al ritmo del respiro del suo protagonista. Un respiro reso a tratti affannoso e ansimante dal peso delle responsabilità o frenato e sonnolento per via di una vita ancora alla ricerca del bandolo della sua matassa.

“Aperti al pubblico” a Visioni Italiane 2018

Dalla prima immagine di Aperti al pubblico, che incornicia nella sua fotografia il vecchio archivio cartaceo strabordante di fascicoli archiviati, possiamo respirare non solo l’atmosfera, ma persino la polvere, il pulviscolo atmosferico, l’odore stantio di ciò che è vecchio e immobile in alcuni (troppi) uffici della Pubblica Amministrazione. Ciò che incide tutti i giorni sulla nostra banale o disperata quotidianità. Il film che gira la Bellotti è una ripresa dal vero che non tradisce mai la sua vocazione ad essere sguardo sulla realtà e ci mostra in maniera lampante e quasi disarmante cosa possa voler dire oggi, sostenere uno “sportello aperto al pubblico”, in un contesto come quello della provincia di Napoli, per un’utenza della fascia sociale più bassa, quella degli assegnatari di alloggi popolari.

“I Goonies”, “Stranger Things” e altre nostalgie anni Ottanta.

Parliamo di I Goonies e dello straordinario ritorno agli eighties nel cinema e nelle serie Tv fortemente alimentato dal fenomeno Stranger Things. La Amblin Entertainment, la casa di produzione fondata da Steven Spielberg e Frank Marshall nel 1981 dopo il grande successo di Indiana Jones e I predatori dell’arca perduta, in pochi anni era stata capace di dare alla luce uno dietro l’altro film che sarebbero rimasti per sempre nella storia del cinema (per ragazzi e non solo): nel 1982 E.T. l’extra-terrestre, nel 1984 i Gremlins, nell’85 tre titoli come Ritorno al futuro, Il colore viola e I Goonies tutti insieme, nel 1986 Fievel sbarca in America, fino a Chi ha incastrato Roger Rabbit nel 1988.

I ricordi sono diapositive ingiallite: “Ella & John” di Paolo Virzì

In Ella & John lo sguardo non è sull’America in quanto tale (appare solo di striscio nel film sotto forma di un corteo di Trumpisti, o nella iconica citazione di un Easy Rider di altri tempi, nella scena in cui Ella, tenendosi stretta la parrucca con la mano, sfreccia a bordo di una Harley Davidson all’inseguimento del marito che l’ha dimenticata in una stazione di servizio), ma sulle persone intese come soggetti universali di un mondo comune in cui s’invecchia tutti e tutti allo stesso modo ci si imbatte nella dura realtà della vita, la consapevolezza inaccettabile che sarà presto finita. L’unico antidoto alla disperazione di sapersi finiti e mortali è la memoria.

Modesta proposta di revisione del cinema di Celentano

Ha compiuto 80 anni il 6 gennaio il ragazzo della via Gluck, il Molleggiato, l’Adriano nazionale, uno di quei rari esemplari di artista poliedrico (cantante, ma anche attore, regista, autore, presentatore televisivo) capace di collezionare successi strepitosi in più di un ambito artistico, senza cedere alle lusinghe della mediocrità. 80 anni di successi. Che cosa c’entra la cinefilia?  Quelli di Celentano sono film che ancora divertono e hanno qualcosa da dire sul fenomeno divistico, sull’Italia degli anni ’80 e soprattutto su usi e costumi del nostro Paese negli anni in cui si viveva un costante dualismo tra paninari e colletti bianchi, comunisti e democristiani, maggiorate e mogli.

La favola esopica del Gruffalo

La storia di base contiene una critica feroce della recondita paura del diverso. E la morale di cui si fa portavoce ci insegna che non sempre ciò che appare come più “mostruoso”, lo sia poi realmente (basta soffermarsi sulla dolcezza con cui il Gruffalò si relaziona alla sua piccolina nel secondo episodio dei due). Ed è valido anche il viceversa, ossia l’apparentemente indifeso e piccolo topolino risulta infine non solo il più furbo, ma in qualche modo anche il più “spietato” della storia, approfittando della paura altrui per mettersi al sicuro. Così Il Gruffalò è un racconto che funziona, e allo stesso modo funziona la sua trasposizione cinematografica, sia grazie alla bellezza dei disegni che devono molto alle illustrazioni originarie di Axel Scheffler.

“La febbre del sabato sera” come generatore di miti

Probabilmente La febbre del sabato sera è uno di quei film su cui è stato scritto tutto e il contrario di tutto, dunque è davvero difficile affermare qualcosa di nuovo. Per questo abbiamo deciso di focalizzarci sulla sua fortissima valenza di generatore di miti. Dato che le icone immortali create dal film nel 1977 furono almeno tre: Tony Manero/John Travolta, i nuovi Bee Gees (svecchiata la loro musica dalla cifra più pop e rinnovata grazie all’uso della disco dance) e il saturday night di una classe operaia, (non più operaia), italo americana in cerca di riscatto.

Il sontuoso fascino di “Assassinio sull’Orient Express”

Il remake visivamente sontuoso di Branagh sembra fare a gara con il film di Lumet per la scelta dei protagonisti che andranno a comporre il suo cast “stellare” e a competere con il ricordo delle star che li precedettero nella medesima interpretazione. La coralità della pellicola si riflette, oltre che sulla trama e sulle modalità di espletamento dell’omicidio, anche nelle immagini che, grazie all’uso di riprese aeree e panoramiche, e di carrellate infinite all’interno degli scompartimenti, sembrano volerci dare più punti di vista contemporaneamente.

La caverna delle immagini e “Il senso della bellezza”

La pellicola esordisce come se volesse trattarsi di un film divulgativo sul Cern, poi si arricchisce delle voci di scienziati e artisti contemporanei chiamati ad introdurre un parallelo tra arte e scienza, che ci guida nella loro ricerca della verità. Infine a parlare restano quasi solo le immagini delle particelle fotografate all’interno della cosiddetta “caverna” (la pancia metallica dell’LHC all’interno della quale le particelle entrano in collisione) e la musica.

Vita reale di “Ibi”, firmato Andrea Segre

Con le sue riprese e la sua forza d’animo Ibi ci racconta la lezione che lei stessa ha dovuto imparare dalla vita, ossia che “nulla è impossibile”. A Castel Volturno Ibi ha aiutato e sostenuto attivamente il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati, con entusiasmo trascinante, non solo per ottenere il suo permesso di soggiorno, ma anche perché ha creduto fermamente nella necessità di una lotta comune contro le ingiustizie che segnano le vite di molti migranti ovunque, in Italia, in Europa. Ibi ripeteva con fede e fiducia che “bisogna sempre andare avanti e camminare, camminare, camminare”. Peccato che, nel suo caso, sia stata la morte a dare lo stop e a lasciare per sempre il suo nome nella lunga lista “di quelli che aspettano”.

“Quest” a Gender Bender 2017

Gender Bender ha scelto di chiudere i battenti della sua quindicesima edizione con un documentario, Quest, tanto forte quanto tenero, per la sua capacità di restituirci l’intima verità della vita di una famiglia afroamericana del Nord di Philadelphia, in 8 anni di pedinamento documentaristico messo in atto dal regista Jonathan Olshefski e da un’intera troupe, che col suo lavoro si è votata anima e corpo a questa missione: filmare la storia dei protagonisti nel tempo reale di quasi 10 anni, dal primo mandato di Barack Obama fino all’ascesa di Donald Trump.

“Holy Camp” a Gender Bender 2017

Holy Camp ossia campo santo suggerirebbe un film più vicino a La notte dei morti viventi del buon George A. Romero e la sua apertura su una croce mastodontica, ripresa dal basso in obliquo, nel buio di un bosco illuminato solo da neon intermittenti, sembrerebbe fare proprio l’occhiolino a certo cinema horror primi anni ‘70… Scopriremo presto che si tratta invece di un semplice omaggio al grande regista (di cui una delle protagoniste porta pure il cognome) e al suo genere. Il titolo originale della pellicola spagnola di Javier Calvo e Javier Ambrossi, in anteprima nazionale al Gender Bender, è infatti La Llamada, ed è certo più pertinente con la trama del film.

“Rebels on Pointe” a Gender Bender 2017

Il lago dei cigni rappresentato tra una pioggia di piume fluttuanti e un cigno che muore in un ripiegarsi teatrale su stesso? Certo, con Les Ballets Trockadero de Monte Carlo tutto è possibile! Quindici ballerini professionisti, diretti dal leggendario ex-ballerino Tory Dobrin, si esibiscono nel pieno rispetto delle regole del balletto classico tradizionale (dunque “on pointe” / in punta di piedi con le loro, in alcuni casi gigantesche, scarpette da punta), ma esagerandone le manie, gli incidenti ed il rigore sino al raggiungimento di un effetto comico, che punta a divertire, con intelligenza, un pubblico sempre più vasto, fatto di uomini, donne e anche bambini.

“Upon the Shadow” a Gender Bender 2017

Chi è Amina Sboui? La foto di Amina Sboui a seno nudo ha fatto il giro del mondo. Una ragazza tunisina di appena 18 anni si mostrava così, con un messaggio tatuato sul corpo: ”Il mio corpo mi appartiene”. Era l’1 marzo 2013 e Amina, pubblicando la sua immagine su Facebook diventava la portavoce del pensiero di un’intera generazione, la sua, quella dei giovani che stavano “agendo” la Primavera araba: reclamando più libertà in un paese tenuto in pugno dagli integralisti islamici.

Provincia industriale: “Asteroidi” di Germano Maccioni

Gli Asteroidi segna il debutto alla regia di un lungometraggio di fiction del promettente regista bolognese Germano Maccioni, classe 1978, già vincitore di numerosi premi e riconoscimenti con i precedenti documentari e unico italiano in concorso al 71° Festival di Locarno. Un pregio del film è quello di rendere omaggio ad alcune delle più grandi realtà dell’Emilia Romagna (quella industriale accanto a quella scientifica) e riunire nella stessa pellicola alcuni tra i volti dei caratteristi più noti e amati del luogo.

“Barbiana ’65” e la scuola di Don Milani

Barbiana, un paesino sperduto del Mugello a pochi chilometri da Firenze. Una canonica dell’Appennino, isolata nella sua arretratezza e povertà negli anni del boom economico. Un luogo dove Don Lorenzo Milani approda nel 1954, a soli 31 anni. In tutto una quarantina di anime, senza acqua, né luce, e nemmeno una strada per arrivarci. Cos’altro avrebbe potuto fare un parroco in un simile contesto? Don Milani decise di “fare scuola”. E con le sue lezioni rivoluzionarie in pochi anni Barbiana diventò un luogo conosciuto in tutto il mondo come esempio di una istruzione umanistica e virtuosa.